James Yorkston – The Route To The Harmonium

Peppe Trotta per TRISTE©

La vita accade.

A noi tocca esserci e sentirci sempre pronti ad assaporarla in ogni sua sfumatura, cercando di trattenere qualcosa da ogni frangente, che sia profondamente doloroso o immensamente gioioso.

Ad un certo punto poi quasi inevitabilmente avvertiamo la necessità di tirare il fiato, fermarci, lasciare correre lo sguardo verso l’orizzonte mentre le immagini del passato scorrono ricostruendo il percorso compiuto. Cerchiamo di riconoscerci, di capire cosa siamo diventati e lo facciamo per proseguire la nostra costante ricerca di una pace interiore che ci faccia sentire in armonia col mondo.

Fondamentale diventa trovare un luogo che sentiamo giusto, un angolo di mondo nel quale riuscire a trovarci in piena sintonia con noi stessi.

Il suo James Yorkston lo ha trovato anni fa in Cellardyke, piccolo villaggio di pescatori della Scozia dal quale ha deciso di continuare a renderci partecipi del suo sentire regalandoci i suoi racconti, siano essi letterari o musicali.

E così, a cinque anni di distanza dallo splendido The Cellardyke Recording and Wassailing Society e dopo due pubblicazioni condivise con Jon Thorne e Suhail Yusuf Khan, lo ritroviamo adesso con un nuovo disco a propria firma, un album intimo ed ispirato che ne sancisce il ritorno ad una dimensione sempre più solitaria.

Originato da numerose sessioni di registrazione catturate nel suo piccolo studio ricavato da un vecchio deposito di pescatori, The route to the harmonium è il risultato della revisione e riordino del materiale lentamente accumulato, lavoro condotto con la preziosa complicità di David Wrench da cui scaturiscono dodici brani dalla connotazione fortemente personale, quasi interamente suonati da Yorkston.

Che si tratti di sentimenti perduti trasformati in malinconiche ballate folk o rabbiose confessioni declinate come torrenziali spoken word, le canzoni di questo intenso diario hanno la capacità di scavare solchi profondi tramutandosi rapidamente in tracce indelebili. Frammenti del passato e aspirazioni per il futuro, amore e morte, si alternano costantemente creando un pulsante flusso vitale dal tono spesso nostalgico, plasmato utilizzando una vasta gamma di soluzioni ed una ricchezza armonica derivante dall’utilizzo di un’ampia strumentazione in parte atipica e pochi, mirati contributi tra cui spicca l’ammaliante voce della tromba di Tom Arthurs, capace di infondere una vena lirica ancor più avvolgente ed enfatica.

Difficile rimanere impassibili al cospetto delle dolenti dichiarazioni di Your Beauty Could Not Save You e Oh Me, Oh My, alle amare considerazioni di Like Bees to Foxglove o all’impeto di My Mouth Ain’t No Bible e Yorkston Athletic, impossibile non sentirsi partecipi di un universo di cristallina bellezza offerto a cuore aperto a conferma di un talento rimasto spesso inspiegabilmente un po’ troppo in ombra ma dal valore indiscutibile.

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