Emily Fairlight – Mother Of Gloom

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Francesco Amoroso per TRISTE©

A causa della strana, occulta sensazione di aver provato la stessa impressione in una occasione precedente, o in una vita precedente, mi capita a volte di sentire un fremito. Mi sforzo di catturare e alimentare la sensazione per poter predire, o magari controllare, quel che sta per accadere, o quello che sto per sentire, ma l’afflato di solito svanisce senza aver prodotto nulla. Mi aspetto che ciò avvenga, ma non importa. Sono sempre affascinato dal “déjà vu”, quell’elusiva, ricorrente mescolanza di illusione e realtà, tipica manifestazione della paramnesia. Una reminiscenza che si presenta falsata alla mia mente: ricordo di aver vissuto situazioni e sensazioni che in realtà non ho mai vissuto o provato prima.

Mi capitano anche, seppur in maniera meno frequente, quei fenomeni che con la paramnesia sono strettamente connessi come il “jamais vu”, mai visto, e il “presque vu”, quasi visto. Ci sono attimi improvvisi (spaventosi ed eccitanti) in cui sensazioni, oggetti, e perfino persone che ho conosciuto per tutta la vita assumono inesplicabilmente un aspetto insolito e sconosciuto: “jamais vu”.
E altri momenti (non meno eccitanti e coinvolgenti) durante i quali mi sembra quasi di cogliere una verità assoluta in un rapido baleno di chiarezza: “presque vu”.
Il ripetuto ascolto del secondo album della neozelandese Emily Fairlight, mi fa provare, ogni volta, tutte e tre queste sensazioni in rapida successione e, a volte, addirittura contemporaneamente.

Registrato ad Austin, Texas, e così titolato prendendo in prestito il verso di una canzone di Martha Wainwright, “Mother of Gloom” arriva a sette anni di distanza dall’omonimo album d’esordio ed è stato ripubblicato in tarda primavera dall’inglese Occultation e della neozelandese Fishrider, dopo che, lo scorso anno, Emily l’aveva distribuito privatamente. È un paesaggio sonoro sognante, che ti riempie immediatamente i sensi con una voce passionale e piena di abbandono e un lussureggiante supporto di strumenti acustici.

L’album si apre con “Body Below”, e, subitaneo, il senso di déjà vu” (o déjà entendu) pervade i miei sensi. E’, tuttavia, una sensazione positiva e tranquillizzante: sono già stato in questi luoghi, questi suoni li ho già assaporati, sono già parte del mio bagaglio emotivo. Eppure, basta un attimo e nulla mi sembra veramente familiare. La profondità vocale e il tono accorato della Fairlight sono inquietanti ed eccitanti; le canzoni, seppur classiche nell’andamento, presentano peculiarità che me le rendono estranee, nondimeno da subito care.

E poi, a mano a mano che le raffinate sonorità e le delicate melodie di “Mother Of Gloom” si susseguono, comincio ad avere piccole epifanie: il riverbero di “Water Water” che mi trascina sott’acqua, “The Desert”, quasi strumentale, che abbaglia i miei sensi, la tromba di “Loneliest Race” che mi conduce al rapimento mistico eppure così terreno, con i suoi profumi e sapori meridionali. La fisarmonica e (ancora) la tromba di “The Bed” che suonano desolate tra Morricone e Belville, mentre “Sinking Ship”, dolce e malinconica,  mi riporta sulla via di casa.

L’album è un libro di poesie da sfogliare, studiare, assaporare lentamente e introiettare con consapevolezza e abbandono. In “Private Apocalypse” Emily canta, “When no memories or words, pass through your lips In my own apocalypse”, mentre l’incredibile “Time’s Unfaithful Wife” (“I love you like I loved the first ‘til death takes him one day”) sarebbe giusto rimanesse a sedimentare nelle mie orecchie a tempo indeterminato e la conclusiva “Breathe Baby Breathe”, ariosa e semplice, con un violino carezzevole, è un brano talmente breve ma d’effetto che, quando finisce, mi ritrovo a chiedermi chi sono, dove sono e cosa stavo facendo prima di immergermi in tanta bellezza.

Il pathos e la profondità dell’esperienza che Emily Fairlight esprime attraverso la sua singolare performance vocale rende “Mother Of Gloom” un’opera suggestiva e malinconica, accorata e triste.
Un album che potrebbe essere un trattato sulla paramnesia, nel quale le espressioni déjà vu, jamais vu e presque vu assumono immediato e positivo significato, colorandosi di terapeutica intensità e malinconica esultanza.

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