The Slow Summits – Languid Belles

languid belles

Francesco Amoroso per TRISTE©

Non ricordo se ho già usato in altre occasioni il paragone tra certe sonorità e la madeleine di Proust.
Dite che l’ho fatto? Più volte addirittura? Che ci ho costruito sopra decine e decine di recensioni? Sarà…

Probabilmente avete ragione voi, visto che l’età comincia a farmi avere una memoria sempre più debole, ma ciò, tuttavia, non vi esimerà dal sorbirvi, per l’ennesima volta, lo stesso trito escamotage!
Del resto quando è mai successo che dopo aver assaporato una madeleine vi siete sentiti sazi? Suvvia, una madeleine tira l’altra.
E la mia memoria involontaria, che certi suoni e certe melodie mi attivano istantaneamente, continua a funzionare bene, molto meglio di quella volontaria e a breve termine.

Dal vassoio, stavolta, ho pescato un piccolo dolcetto svedese,  The Slow Summits capace di segnalarsi, tra mille altre allettanti pastarelle,  grazie al nome, preso dal titolo dell’ultimo album dei Pastels, e alla presenza (in due brani) alle backing vocals di una delle divinità dell’indie-pop di tutti i tempi, Amelia Fletcher  (se non conoscete il suo nome, magari vi sarà capitato di sentire quello di una dell sue band: Heavenly, Marine Research, Sportique, Talulah Gosh, Tender Trap, The Catenary Wires; se non conoscete nessuna di queste band, magari avete bisogno di un bel ripasso!).

Attirata la mia attenzione è bastato il primissimo morso, anzi le primissime briciole in contatto con il mio palato (e sì, ci risiamo….) per conquistarmi definitivamente.

Sono sufficienti le prime note delle chitarre (inevitabilmente jangly) di “The Spirit  of The Lyrics” per farmi venire alla mente decine di nomi di un gloriosissimo passato ormai remoto (Smiths, Orange Juice, Felt, Weather Prophets, Housemartins) ma anche band un po’ più recenti (e rigorosamente scandinave) come The Electric Pop Group, Northern Portrait, Cats On Fire.
E, se questi paragoni possono sembrarvi forzati o il fatto che la musica dei quattro svedesi possa così sembrare derivativa, basterà ascoltare i quattro brani che compongono “Languid Belles” per capire che con melodie di questo calibro tutto il resto passa in secondo piano.

Gli Slow Summits si definiscono “un gruppo di sognatori borghesi stressati che cercano di scrivere canzoni adatte per lavare i piatti a fine giornata, per falciare il prato nei giorni di pioggia, per stirare le camicie e andare a pagare le bollette scadute” ed io non credo che potrei trovare una definizione migliore.
Eppure le loro canzoni riuscirebbero a tirarmi su in ognuna di queste situazioni, perché mi fanno rimanere a bocca aperta esterrefatto da tanta delizia, mi fanno sorridere e mi fanno viaggiare nei ricordi, pur con la testa ben salda sulle spalle e ancorata al presente.

Le canzoni sono costruite su melodie straordinarie e immediatamente riconoscibili. I testi, che parlino di vita quotidiana o di onestà intellettuale o che si permettano, in “(A Hit) To Your Wallet”, di prendere in giro in maniera umoristica, ma ficcante, l’intero stile di vita capitalistico,  sono diretti, sinceri e deliziosamente naif.

Il suono (sostiene la band stessa in una cartella stampa favolosa quasi quanto il contenuto dell’e.p.)  “non è esattamente nuovo di zecca” ma non è assolutamente quello che conta: qui ci sono quattro brani, uno più bello dell’altro, senza fronzoli e senza camuffamenti, pronti per essere assaporati, pronti per risvegliare in voi sentimenti sopiti e spingervi euforici a saltellare (avrei detto ballare, ma nell’immaginario dell’indie-popper le abilità tersicoree non sono necessariamente contemplate).

Sono certo che, tra mille altre offerte sonore, prima o poi, avrete bisogno di queste canzoni che vi faranno stare bene, vi faranno ricordare momenti del passato, belli o tristi che siano, vi faranno sentire un po’ di refrigerio nella calura estiva o il caldo di un abbraccio al momento giusto. E non è esattamente questo che chiediamo alla musica, ogni giorno?

In fondo è grazie alla musica che, per un fausto concatenarsi di eventi e sensazioni, a volte godiamo di epifanie improvvise che fanno emergere davanti ai nostri occhi verità nascoste e un passato che torna intatto. Mi pare che qualcuno lo chiami “il tempo ritrovato”.

 

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