Bedouine – Bird Songs of a Killjoy

Bedouine - Bird Songs Of A Killjoy

Francesco Amoroso per TRISTE©

Un notissimo filosofo e psicanalista molto presente negli ultimi tempi in TV (e nelle bacheche dei social network), parlando di rapporti di coppia, sostiene che noi viviamo in un tempo che oppone il “nuovo” allo “stesso”, che lo “stesso” sia considerato la morte del desiderio, mentre il “nuovo” ne sia la scintilla permanente e che il grande insegnamento poetico delle coppie che sanno durare nel tempo è di vedere il nuovo nello stesso.
E’, continua l’esimio maestro, in fondo proprio questa l’essenza della poesia: i poeti sono coloro che sanno vedere nelle stesse cose del mondo sempre qualcosa di nuovo.

Prendendo spunto da queste affermazioni, semplici e condivisibili, non esito a sostenere che Azniv Korkejian sia, senza dubbio, un’amante durevole e una poetessa.

La musica folk di Bedouine (pseudonimo scelto per omaggiare le sue origini siriane) è, infatti, generosamente emancipata dal tempo: potrebbe essere stata scritta ed eseguita oggi, così come agli albori degli anni ’70. E, del resto, sia le sue scelte stilistiche e sonore che i temi affrontati nelle sue composizioni non hanno nulla di nuovo, eppure suonano sempre originali e attraenti.

One more time, honey/One more time/I’m gonna set you free“, canta in “One More Time”, e “Drag my finger ’round the rim/Drag around a phantom limb/When you’re gone” in “When You’re Gone”, “Beating ’round a cage like a/Bird gone wild” in “Bird Gone Wild”; tutti versi forse già sentiti, è vero e, nondimeno, sono l’onestà e il pathos di Bedouine a renderli nuovi e unici.

Lungi dall’essere un’interprete passionale e focosa, Azniv scrive canzoni sull’amore mantenendo dalle stesse una impercettibile distanza che le permette di sembrare serena e di differire sensibilmente l’impatto dei suoi testi poetici caratterizzati da un deciso understatement.

E, tuttavia, “Bird Songs Of A Killjoy”, è un’opera di una malinconia a tratti straziante, nella quale la narrazione si concentra sulle sfumature dell’amore non corrisposto e sugli amanti irrequieti che Azniv non vuole trattenere.
La reiterata metafora degli uccelli (“Am I to you some sort of chain/Are you a bird, am I your cage?” canta in “One More Time”) le permette di affrontare l’argomento con pacata risolutezza, senza lasciarsi travolgere dalla disperazione e dall’autocommiserazione.

Nel suo secondo lavoro, giunto a due anni dal magnifico omonimo esordio, Bedouine è ulteriormente cresciuta e maturata e mostra in pieno l’eccelsa qualità del suo songwriting.
La produzione di Matthew E. White è sempre importante ma stavolta la personalità di Azniv è preponderante, grazie alla profondità dei testi, come detto, ma anche e soprattutto grazie alle scelte sonore decise della musicista di origine armena: la chitarra acustica, gli archi e i fiati, registrati in analogico consentono alla musicista di trovare un perfetto bilanciamento tra composizione e arrangiamenti e le canzoni rimangono essenziali e nitide, nonostante la certosina cura nella rifinitura dei ricchissimi suoni (del resto Azniv ha lavorato per anni come tecnico del suono).

La sua voce, calda e placida, si sposa splendidamente alle orchestrazioni dei brani (come nel piccolo capolavoro “When You’re Gone”), rendendoli ancora più onesti e empatici.

“Bird Songs Of A Killjoy” è un lavoro che, pur sfiorando la perfezione, riesce a rifuggirne l’algida freddezza, un’opera che parla al cuore, con posatezza e serenità, di argomenti già sentiti e lo fa con parole e suoni già ascoltati, eppure riesce a rivelarci ogni volta qualcosa di nuovo e appassionante e incredibilmente desiderabile.

Esattamente quella che (prendendo di nuovo a prestito le parole del noto filosofo citato nell’incipit) Ungaretti chiamava “La Quiete Accesa”.

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