Men I Trust – Oncle Jazz

cover

Francesco Amoroso per TRISTE©

Non avrei mai pensato di parlare, qui o altrove, di un album il cui suono fosse in maniera prominente fondato sulle tastiere. Eppure sta accadendo.
Non che io abbia qualcosa di personale contro le tastiere: è il loro utilizzo da parte della maggior parte delle band attuali che mi convince sempre pochissimo.

Affascinati dalla nostalgia degli anni ottanta, infatti, molti artisti contemporanei si sono lanciati in una sorta di revival, nell’utilizzo di synth vintage per ricreare i suoni e le atmosfere che richiamano alla mente un periodo storico musicalmente affascinate e prolifico, di solito dimenticando (o forse non capendo) che, più che inseguire un suono, gli anni ottanta hanno inseguito sempre le melodie, la costruzione di canzoni che potessero colpire e rimanere impresse nella mente degli ascoltatori, che avessero una loro originalità e peculiarità.

Se si pensa a quegli anni, invece, è evidente che l’elemento principale non fosse tanto il suono, ma una ben precisa personalità melodica dei brani che portava anche le compagini e gli artisti più sperimentali a costruirecanzoni subito riconoscibili, spesso quasi antemiche (se conoscete una parola italiana corrispondente inseritela a vostro piacimento, a me non ne viene in mente una).
Era l’impatto emotivo delle canzoni a farla da padrone, non (solo) l’atmosfera o il suono.
Il risultato era quasi sempre la presenza forte di una  melodia dal contenuto emotivo forte che i suoni delle tastiere tendevano a sottolineare ed enfatizzare.

I gruppi che si rifanno a quella gloriosa epoca, invece, sembra si concentrino suolo sull’atmosfera, sugli arrangiamenti, sui suoni dei loro strumenti vintage, insomma sulla superficie dell’offerta musicale di allora, dimenticando le melodie e la forte caratterizzazione delle canzoni di allora, non solo in ambito pop.

Tutto questo cappello mi è servito solo per giustificare il mio amore per Oncle Jazz, il nuovo lavoro dei canadesi Men I Trust, una sorta di esordio, visto che è il primo album nel quale compare la cantante e compositrice Emma Proulx (oppure parlare di “Oncle Jazz” è solo una scusa, valida, per dire la mia sulle tastiere e gli anni ottanta…).

Il trio del Québéc ha approcciato il progetto prendendolo alla larga, iniziando a condividere da quasi due anni una serie di singoli notevolissimi che vanno dalle sincopate “Tailwhip” e “Seven”, alla delicata “Show Me How”.
Tutte le canzoni già note compaiono sull’album in versione diversa, per un totale di addirittura 24 brani. Sono ben 71 minuti di musica, un lungo ascolto pieno di eleganti gemme, eseguite con perizia e maestria, un mondo nel quale perdersi e una perfetta colonna sonora per questo infinito scampolo di estate che sembra essere eterna (in maniera piuttosto inquietante).

L’offerta sonora dei Men I Trust, che ha già permesso loro di crearsi un seguito nutrito, è fatta di canzoni morbide, malinconiche e orecchiabili con una produzione che rimane in bilico tra il dream pop (si potrebbe quasi azzardare il termine chillwave, a momenti) e atmosfere jazzy e R&B calde e sofisticate.

Il trio dimostra nelle proprie composizioni una grande vena compositiva che gli permette di maneggiare il suono revivalistico delle tastiere in maniera mirabile, accompagnandole con linee di basso pulsante che nei momenti più movimentati si fa quasi funky, e chitarre ondeggianti e a tratti ipnotiche e con la voce di Emma che, allegra, sottile e carezzevole, ma mai sdolcinata, riesce a fornire un’impronta unica ai suoni della band.

A convincere è la varietà dell’offerta sonora dei Men I Trust che permette a ogni canzone, nonostante la lunghezza del lavoro, di essere un’entità distinta ma non avulsa dal contesto. Ognuno dei 24 brani che compongono l’album ha qualche elemento che lo contraddistingue: “Tailwhip” con il suo suono sincopato, l’ariosa… “Air”, gli assoli di “Seven”, il raffinatissimo jazz di “Allright”, il funky sfacciato di “Something In Water” o il piano malinconico della finale “Poplar Tree” dimostrano le strabilianti capacità compositive della band e i testi di Proulx, pur semplici nella loro costruzione, sono affascinanti, sibillini e immediati allo stesso tempo.

Ci sono, naturalmente, anche dei vertici (e, stranamente, non sono quelli dove le tastiere sono in primissimo piano e iniziano tutti per “P”): “Pierre”, con i suoi richiami ai sixties e alla nouvelle vague, la chitarra bucolica di “Pines” l’oscurità tagliente di “Porcelain”. In questi brani le capacità melodiche e di scrittura dei tre canadesi si esaltano ed esaltano un disco che, anche grazie alla sua piuttosto evidente ambizione, emerge in maniera prepotente, nonostante le sonorità soffuse e levigate.

I Men I Trust dimostrano in maniera brillantissima quanto (modestamente) sostenevo all’inizio: va benissimo richiamare le sonorità del passato, anche farne una vera e propria ragione d’essere, ma è necessario che tali sonorità siano sostenute dalla melodia e da un songwriting all’altezza. In caso contrario si cade in un mero revival di superficie, banale e pigro.

Con i canadesi, vi assicuro, non si corre questo rischio: le modalità con cui i Men I Trust accarezzano i nostri padiglioni auricolari sono infinite e originali, come probabilmente nessuna altra band dell’attuale panorama del pop indipendente.
Se vi ho convinto, allora preparatevi a un viaggio sonoro che sarà pieno di soddisfazioni e sorprese.

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