Carla Dal Forno – Look Up Sharp

Look Up Sharp

Fiamma Giuliani per TRISTE©

Ogni anno, quando ci si inoltra nell’autunno, amo osservare come, quasi impercettibilmente ma in maniera inesorabile giorno per giorno, ogni cosa rallenti, sprofondando in uno stato di quiete. Cambiano i colori dopo l’esplosione estiva, si ammorbidisce la luce e ogni cosa sembra attutita  in preparazione al torpore invernale. Allo stesso modo, ogni autunno tendo, nemmeno troppo inconsciamente, a sincronizzarmi con i mutamenti della natura e ad adeguarmi al mood stagionale.

Quando ho ascoltato il secondo album di Carla del Forno, da poco uscito per la Kallista Records (etichetta di proprietà dell’artista australiana), ho pensato a come sia un disco perfetto per il momento attuale.
Le dieci tracce che compongono questo nuovo lavoro sono caratterizzate da atmosfere rarefatte e accattivanti, soprattutto per quanto riguarda i pezzi strumentali in cui si spazia dall’incanto di  “Leaving For Japan” e “Heart Of hearts” al sound ipnotico di “Hype Sleep”.

Tuttavia, ascoltando i testi, ci si rende conto che la calma è solo apparente: nel singolo “So Much Better”, Carla del Forno sfoga una rabbia intensa con un ritmo trasognato e quasi impassibile, nella languida “I’m Conscious” racconta con gelido sarcasmo un incontro poco riuscito e in “Took A Long Time” evoca la difficoltà di essere davvero vicini.
Questo mondo a prima vista incantato in cui, però, tutto ruota intorno all’assenza e al desiderio inespresso viene narrato con un linguaggio musicale complesso, che abbraccia atmosfere dark e trip hop, come in “No Trace” e “Push On”, brano di chiusura in cui finalmente il ghiaccio comincia a sciogliersi e affiora un briciolo di tenerezza.

“Look Up Sharp” è un album singolare, in cui generi diversi coesistono e si amalgamano alla perfezione, creando un risultato mai ammiccante in cui la voce dell’artista è uno strumento che si armonizza alla perfezione con la musica e racconta con sorprendente profondità le mancanze e i vuoti della vita.
La grazia e la fragilità che trapelano dalle canzoni, l’equilibrio tra la costruzione e le emozioni narrate e il sottile spaesamento mi hanno colpito fin dal primo ascolto e mi hanno ricordato la stagione in corso: periodo di quiete e transizione, in cui concentrarsi e (ri)scoprire la delicatezza.

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