William Doyle – Your Wilderness Revisited

Your Wilderness Revisited

Francesco Amoroso per TRISTE©

Sarà a causa della mia cultura prettamente borghese, ma ho sempre trovato particolarmente affascinanti e vicine al mio sentire quelle opere d’arte che rinvengono la bellezza nella quotidianità, piuttosto che puntare al sublime o scavare nel sordido per estrapolarne la meraviglia.

Ho sempre pensato che la ricerca della bellezza laddove l’occhio disattento vede solo il banale, il trito, l’ordinario sia una sfida complessa e nobile, spesso intrapresa con il nobile fine di mostrare quanto di stupefacente e appagante possa esserci nelle nostre grigie esistenze.

In campo musicale tale ricerca si risolve spesso nell’evitare l’eccessiva ricercatezza (e spesso ricerca) dei suoni, in un understatement emotivo e sonoro che vuole portare alla luce solo le sensazioni che possono ricavarsi dai sentimenti più semplici.

William Doyle, invece, ha scelto un sentiero molto diverso, pur avendo come meta il disvelamento della bellezza nella mondanità.
Il primo album a suo nome, Your Wilderness Revisited, è, infatti, complesso e ambizioso, eppure tutto ciò che l’artista inglese vuole comunicarci è la meraviglia (a volte percepita solo a posteriori) dei luoghi, in apparenza banali e senza grandi attrattive, nei quali ha vissuto.

Facciamo un passo indietro: all’inizio del 2016, all’apice del successo del suo progetto East India Youth (il primo album con quel nome, Total Strife Forever, del 2014, era stato osannato e candidato al Mercury Prize, con paragoni altisonanti a Brian Eno e brani che passavano agili ed efficaci dall’ambient alla techno più muscolare, mentre il secondo lavoro, Culture of Volume, altrettanto di successo, era altrettanto eterogeneo e molto vicino al pop elettronico degli anni 90) William Doyle annunciava che si sarebbe preso una pausa dal progetto.
Da allora ha pubblicato musica ambient su Bandcamp e ha scritto di musica (anche di Brian Eno, guarda caso). L’appena uscito Your Wilderness Revisited è, così, il primo vero e proprio album a suo nome ed è un lavoro profondamente voluto, studiato e sentito.

Già nel 2018, infatti, il ventottenne cantautore raccontava tutta la frustrazione, la depressione e l’ansia che lo aveva portato a chiudere prematuramente il suo progetto: Doyle sentiva di non riuscire a esprimersi seguendo quei canoni, trovava fatuo il successo raggiunto con dei lavori pop (che poi troppo pop non erano…) e sentiva la necessità di esprimere in maniera più compiuta e articolata ciò che portava dentro.

Your Wilderness Revisited è l’approdo di una lunga traversata, iniziata quando Doyle ha lasciato i sobborghi nei quali ha trascorso tutta la propria adolescenza, cominciando pian piano a prendere consapevolezza della decisiva influenza che quei luoghi hanno avuto sulla sua crescita e sulla sua arte.

Ognuno dei nove brani che compongono l’album, così, è teso a comunicare all’ascoltatore non tanto le emozioni provate dall’artista, quanto l’intrinseca bellezza dell’architettura e dei paesaggi dell’Inghilterra suburbana, in maniera ideologicamente non dissimile a quanto fatto da band come Epic 45 o July Skies (o, più di recente i Modern Nature).

Tuttavia per ottenere tale scopo Doyle non si affida esclusivamente alle sensazioni che la sua musica suscita, ma anche a un bagaglio culturale e intellettuale ponderoso: cita (e campiona la voce di) Jonathan Meades, saggista e regista che da sempre si occupa dell’architettura suburbana, si riporta alle idee innovative dell’architetto ed esperta di progettazione ambientale Susannah Hagan, chiede e ottiene che Brian Eno in persona legga, in apertura di uno dei brani più riusciti del lavoro (Design Guide),  un elenco di requisiti cui attenersi nel tracciare nuovi paesaggi suburbani.

Fortunatamente la magnificenza e la grandiosità del lavoro non si fermano all’impianto ideologico: Willam Doyle ha anche una profondissima cultura (e passione) musicale e lo dimostra componendo brani articolati ed eterogenei, caratterizzati tutti da una complessità che non è mai fine a se stessa.

“Millersdale” è un’elegia alla sensibilità giovanile, dedicata alla zona dove Doyle e sua madre hanno vissuto dopo la morte del padre, “Nobody Else Will Tell You” è una ballata solare e malinconica che si snoda tra le strade dell’Inghilterra meno conosciuta, chiusa dal mantra “there is no banality/within your vicinity/but nobody else will tell you”, “Design Guide” è uno dei momenti più alti dell’album e si apre con la voce di Brian Eno, per proseguire con voci stratificate, assoli di chitarra sognanti, e ritmiche kraut.

“Full Catastrophe Living” è caratterizzata da maree di synth, da un carezzevole sassofono e dalla voce eterea dell’artista inglese, “Blue Remembered” è un inno allegro, delicato ed estatico, alla libertà e alla meraviglia degli adolescenti, in “An Orchestral Depth”, una collaborazione con Jonathan Meades, Doyle canta su una semplice progressione pianistica e un vortice di suoni elettronici in maniera malinconica e sublime: “That’s when all the colour turned an orchestral depth/Magnolia flourished

La canzone che chiude l’album, poi, “Thousand Of Hours of Birds” è, sin dal titolo, semplicemente meravigliosa. La voce angelica di Doyle richiama, a momenti, gli intrecci dei gruppi vocali degli anni sessanta (e il suono sembra articolato almeno quanto quello dei Beach Boys più sperimentali): è la semplice e diretta cronaca di un ritorno a casa all’alba, accompagnati dal soave suono degli uccelli che cantano tra gli alberi.

Your Wilderness Revisited è una sorta di visita guidata ai luoghi nei quali William Doyle ha vissuto e sui quali riesce a gettare, con un caleidoscopio di suoni e parole, una luce magica, tanto da far apparire cemento e prati ben tagliati come un luogo idilliaco e fatato.

Scovare la bellezza nell’ordinario è difficilissimo, provavo ad argomentare all’inizio di questa lunga disquisizione. William Doyle, tuttavia, ci riesce alla perfezione e mi sarà difficile, da oggi, fare a meno della sua voce.

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