Una Redazione TRISTE© – Le nostre classifiche del 2019

Quest’anno ci siamo fatti un po’ attendere.

Siamo arrivati lunghi con gli imopegni e con le feste, e proprio (quasi) sul suono della campanella siamo riusciti a consegnarvi le nostre liste. Più o meno lunghe, più o meno “sistematiche”, e in ordine alfabetico per componente della redazione (anche se qualcuno, come spesso accade, ha preferito non prestarsi a questo “giochino”).

Queste sono le nostre scelte del 2019, come sempre personali e soggettive. Speriamo vi siano di aiuto per un “recap” della stagione. E magari potreste mandarci le vostre, saremo felici di pubblicarle.

Francesco Blasilli

1) Thom Yorke – Anima
Per la prima volta un disco di Thom Yorke non è il disco del cantante dei Radiohead, ma il disco di Thom Yorke. L’elfo di Oxford trova la perfetta fusione tra elettronica e melodia, realizzando un album che si distingue dai precedenti per completezza. Nei lavori precedenti c’erano belle canzoni qua e là, qui siamo di fronte a un disco con una sua ANIMA.

2) The National – I’m Easy To Find
Facile scegliere questo disco, se anche Spotify ti ricorda che “Light years” è la canzone che hai ascoltato di più nel 2019. E allora cominciamo da cosa non va: il disco è troppo lungo, perché ci sono 2 o 3 canzoni decisamente brutte. Ma per il resto, pur senza rinnovarsi, i The National aggiungono gemme su gemme alla loro collezione di diamanti sempre meno grezzi. Da “Quiet light” a “Rylan”, da “Oblivions” alla citata “Light Years” che di questo passo sarà la canzone che avrò ascoltato di più anche nel 2020.

3) Modern Nature How To Live
Decisamente il più bell’esordio dell’anno, anche se i componenti dei Modern Nature sono tutt’altro che esordienti (numerose le loro esperienze precedneti). “How to live” è un disco da ascoltare dall’inizio alla fine, perché siamo di fronte a una band che ha mostrato di avere idee belle e ben chiare.

4) Billie EilishWhen We Fall Asleep, Where Do We Go?
A volte la logica deve prevalere sul cuore. Il quale avrebbe messo in classifica l’ultimo degli Elbow, mai e poi mai un’artista che non desidero minimamente vedere dal vivo (tanto sono tutte basi) e della quale non comprerò mai un disco. Ma non è possibile tralasciare il valore di questo disco, che seppur spopolando tra i più giovani, ha una base artistica notevole. Che almeno per una volta, le nuove generazioni si becchino un po’ di qualità?

5) The Desert Sessions – Vol. 11 & 12
Josh Homme torna a giocare nel suo studio nel deserto e, come al solito, tira fuori una manciata di canzoni degne di nota. Certo non un lavoro omogeneo (e come potrebbe esserlo con partecipazioni che variano da Billy Gibbons dei ZZ Top a Stella Mozgawa degli Scissor Sister), ma le canzoni altro che se sono belle.


Emanuele Chiti

1) (SANDY) Alex G – House of Sugar
Al suo ottavo disco in nove anni Alex Giannascoli ha definitivamente trovato un linguaggio che appare esclusivamente suo e che non smette mai di emozionare e stupire. Forse il talento più cristallino di questi anni dieci.

2) Nick Cave & The Bad Seeds – Ghosteen
Per quanto possa fare “paura” un disco doppio di più di un’ora di Nick Cave e Warren Ellis (perché i Bad Seeds qui si riducono al solo Warren), senza l’ausilio di una minima percussione, Ghosteen è un viaggio nel tormento interiore e nella ricerca di un pace, terrena o ultraterrena non è dato sapere. Basta la sola Galleon Ship a spazzare via qualsiasi dubbio.

3) DIIV – Deceiver
Forse il migliore album rock di quest’anno, tra My Bloody Valentine e Sonic Youth con riff reminiscenti a tratti degli Smashing Pumpkins di Siamese Dream. Il rock morirà quando morirà l’ultima persona sulla terra.

4) FKA Twigs – Magdalene
Come immaginarsi l’r&b e un pop sofisticato al giorno d’oggi: ecco FKA Twgs ed ecco Magdalene, che riesce a spostare l’asticella in avanti anche rispetto a LP1. Diventerà sempre più grande.

5) Little Simz – Grey Area
In ambito black è il nome da tenere d’occhio: direttamente dagli UK, oltre il grime, oltre le mode, un disco che spiazza e convince. Pezzo consigliato: la conclusiva Flowers con Michael Kiwanuka.


Carlotta Corsi

Stilare una lista del genere può essere paragonabile, a livello emotivo, ad una sottospecie di voltafaccia, tipo come quando all’asilo ti guardavano i tuoi amici, e con lo sguardo più crudele di tutti ti rifilavano quel fastidioso pollice all’ingiù, o ancora, domande tipo “preferisci la mamma o il babbo?” che terrorizzano l’infante semplicemente con il pensiero che un giorno, da grande, dovrà di certo contemplare una scelta tale. Ebbene, dopo vent’anni dall’ultimo pollicione mi trovo davanti ad una situazione impegnativa: selezionare cinque album come best 2019. Posso dire che il criterio della mia preferenza potrebbe essere lo stesso che usavo a sei anni ma in realtà, a sei anni ero più in gamba.

Al primo posto Assume Form di James Blake. Come direbbe una persona che conosco, D-I-S-C-O-N-E. Quarto album in studio dell’artista Londinese, esce il 18 Gennaio, con Polydor, super atteso, sapevo che sarebbe stato difficile battere le mie aspettative, ma lui le ha mitragliate. È il buon proposito per l’anno nuovo; con questo disco ha messo i punti e segnato alcune linee guida, che comunque aveva già precedentemente marcato, aumentando un po’ la difficoltà del gioco. Di Blake ammiro profondamente l’etica lavorativa, il modo in cui ha sempre curato ogni minimo dettaglio, portando i suoi lavori al livello alto che lui stesso, ogni volta riesce a superare egregiamente.

Weyes Blood, Titanic Rising al secondo posto. Qualche giorno fa sono andata dal parrucchiere perché progettavo da un po’ di tempo di tornare castana. Tutto questo nero, che ha fatto parte della mia adolescenza, ecco, volevo lasciarmelo alle spalle. Come esempio ho portato una foto di Natalie Laura Mering, con la speranza che assomigliando di più al suo castano, “a lot’s gonna change” nella mia vita. Di certo c’è che il suo disco ha aperto un enorme taglio spazio temporale nel mio cuore per poi ricucirlo con un sacco di stelline colorate e brillanti. È un disco storia. Un disco da donna, una di quelle cose da tramandare ai figli che crescono. C’è sempre qualcosa in cui credere, c’è sempre un modo per evolvere bambini miei.

When I Get Home di Solange Knowles lo piazzo al terzo posto di questa top five. Ho già espresso quanto questo disco ti prenda via via e sempre più ad ogni ascolto, posso confermarlo a distanza di mesi. Molto elaborato e studiato al dettaglio, qui la sorellina Knowles si muove proprio bene e ce lo canta fierissima. Come darle torto. Super collab e sound pauroso, è un piccolo lavoro d’arte contemporanea. Un dialogo tra ritmo e la persona, che ama quel che è finalmente, anche quando si è soli, con le nostre piccole insicurezze.

Loyle Carner con Not waving but Drowning quarto posto. Ed è proprio così, ogni volta che sento la voce di questo ragazzo ho la lacrima un po’ facile, è un pendolo regressivo ed è molto personale come ho già menzionato precedentemente, ecco perché in questa lista ho dovuto dargli un posto. Io, che do tanto peso alle parole, io che amo parlare per ore e sentir parlare le persone di quella che dalla pancia parte e formicola in tutto il corpo, voglio elevare tutto questo, almeno una volta, le parole, i sentimenti, le cose genuine, quelle per cui lottiamo fino alla fine.

Toro y Moi esce il 29 ottobre con Soul Trash. Ci credete se dico che è in loop ogni giorno da circa tre settimane? Sono anche arrivata tardi, però, sono arrivata. Uscirebbe male se dicessi che è il tipo di disco che avrei voluto scrivere io, però ecco, Chazwick nostro, in realtà ne ha scritto anche uno precedente quest’anno, giusto per dirci, che non solo sa scrivere un bel disco, ma ne sa fare anche uno bello al quadrato entro l’anno di uscita dall’ultimo.

Io avrei in ogni caso, voluto poter parlare di altri trenta dischi meravigliosi meritevoli ognuno di loro di un posto, ma sono una bambina cresciuta ormai, e il pollicione del compagno che mi giudica, non mi mette più ansia.


Francesco Giordani

1) Trudy and The Romance – Sandman
Anche quest’ anno consegno il podio più alto ad un esordio. Non so quanto i Trudy and the Romance potranno effettivamente durare. Ma il loro disco è un’ode febbrile alla forza del Sogno, della Fantasia, del Mito, dell’Amour Fou. Non importa se sia perfetto (non lo è) o al passo con i tempi e le tendenze musicali in atto. Quel che conta per me è che qualcuno, dentro e fuori dal “rock”, si prenda ancora la briga di scoprire, esplorare o anche solo inventare mondi nuovi, al di là della cortina di ferro del Reale.

2) The Murder Capital – When I Have Fears
Un esordio affilato, tagliente, acceso da una luce cruda, fotografica, volutamente iperrealistica. Un ritratto “dal vivo” di noi, delle città in cui viviamo, del silenzio e della desolazione “organizzata” che ovunque ormai ci circondano. La lezione post-punk di Joy Division e The Sound, perfettamente assimilata, si amalgama con gli inni perduti dei Whipping Boy (li ricordate?) e l’estetizzazione “drammatica” degli Iceage e degli Horrors. Il risultato è un esordio fulminante.

3) Fontains D.C – Dogrel
Un album che ha il sapore acre, amarognolo, di un bicchiere pieno di rabbia, disillusione, poesia, romanticismo, Irlanda. Tornano alla mente i Pogues, i Whipping Boy (ancora una volta), ma anche i Fall, i Clash, persino gli Smiths, a tratti. Dalla periferia di un’avventata quanto cinica utopia “liberista” capace di bruciare un decennio in un secondo, questi cinque ragazzi di vita dublinese innalzano il loro grido di rivolta e di sdegno, scandendolo nei versi alcolemici di una ballata semi-seria che ha il passo della Visione.

4) Deerhunter – Why Hasn’t Everything Already Disappeared?
Un disco semplicemente magnifico, per ricchezza di stili e riferimenti, che suona classico ma anche perfettamente attuale, fuori dal tempo, certo, come tutto il vero rock, eppure, in qualche inspiegabile maniera, possibile solo adesso. Nella lotta fra Antiche Divinità e potenze disgregatrici della Tecnica (avete presente American Gods?), Bradford Cox ha deciso da che parte stare. Quella giusta.

5) Beirut – Gallipoli
Gallipoli è forse un lavoro minore e nella discografia dei Beirut e nel repertorio dei dischi notevoli pubblicati quest’anno. Per me è stato tuttavia un album letteralmente enorme, al quale ho confidato debolezze, dubbi, paure. Un disco che, per molti mesi, mi è stato ad ascoltare, che ha assorbito, anzi: “registrato”, nei suoi solchi le mie confessioni silenziose. Lo includo nella mia classifica per restituirgli una parte, seppur piccola, della luce che mi ha donato.


Fiamma Giuliani

1) Leonard Cohen – Thanks for the dance
Un album postumo, breve, intenso e meraviglioso. L’ultimo regalo del più grande di tutti.

2) Nick Cave – Ghosteen
Un lavoro potente, solenne e sublime sull’arte, sulla sofferenza e il desiderio di vivere, un viaggio pieno di emozioni tra luci e ombre in cui ci si immerge con naturalezza nelle pieghe più recondite dell’animo umano.

3) Tindersticks – No treasure but hope
I Tindersticks coniugano alla perfezione poesia e dolcezza con le atmosfere crepuscolari a loro particolarmente congeniali e il risultato è, senza tanti giri di parole, incantevole.

4) Aldous Harding – Designer
Aldous Harding non sbaglia un colpo e riesce sempre a stupire, non scade mai nell’autocelebrazione e nella maniera, dimostrandosi ancora una volta una grande artista.

5) Bon Iver – I,I
Un album difficile e controverso, che elabora e celebra il percorso musicale di un cantautore moderno e raffinato, in cui addentrarsi lentamente , senza pregiudizi.


Vieri Giuliano Santucci

Per vari motivi, quest’anno mi riesci più difficile stilare una vera e propria classifica. E benchè abbia chiesto a tutti gli altri di darmi la loro top 5, io imbroglierò un po’ ripercorrendo alcuni dischi (qualcuno in più di 5) che in questo 2019 mi hanno particolarmente colpito. L’ordine, però, non è casuale.

Posso infatti dire che i Big Thief, con la loro doppia uscita U.F.O.F. e Two Hands, rappresentano per me l’apice di questo 2019. Se forse ho apprezzato maggiormente il primo dei due album e se probabilmente sarebbe stato splendido avere un’unico lavoro contenente le tracce migliori dei due, la band americana si conferma ispiratissima e sempre più solida nella sua produzione, anche grazie alla bravura di Adrianne Lenker.

E se parliamo di voci femminili, l’inizio del 2019 ci ha regalato Olympic Girls il nuovo, bellissimo, disco della neozelandese Hollie Fullbrook, ai più nota come Tiny Ruins. La passione che qui su TRISTE© abbiamo per lei non è certo un mistero, ma il terzo disco della cantautrice è davvero una gemma che come sempre mostra tutta la bravura della Fullbrook nel mescolare capacità di scrittura e scelte melodiche.

In questi anni molti (troppi direbbe qualcuno…) giocano con i sentimenti, riproponendoci sonorità che pescano nel passato. Se in alcuni casi le operazioni risultano un po’ manieristiche, altri riescono invece a guardare il passato con una credibilità e una freschezza degne di noti. Tra questi, forse più di tutti, c’è Alex Giannascoli, in arte (Sandy) Alex G: House of Sugar è il suo nono album in studio e forse tra i suoi migliori. Il solito mix di riferimenti e sentimenti, in un calderone che, nonostante tutto, suona perfettamente coerente ed è capace di toccare l’ascoltatore sin dal primo ascolto.

Passato (ingiustamente) un po’ inosservato, è il nuovo album solista della bravissima Rozi Plain: What a Boost. La musicista inglese (nota anche per essere parte del progetto This Is The Kit), tira fuori dal proprio girovagare per il mondo un disco che prende spunto da svariate influenze (folk, jazz, elettronica) perfettamente integrate da un gusto compositivo e melodico davvero sublime. Un disco raffinatissimo e per certi versi pieno di sperimentazione, ma al tempo stesso estremamente fruibile e “pop” (nel senso buono).

Altra chicca (sempre al femminile) è l’album da “solista” di Emily Sprague, che seppur sempre sotto il nome di Florist, fa uscire Emily Alone per raccontare il suo periodo di convalescenza e la conseguente solitudine. La bellezza del disco nasce proprio dal modo in cui la dimensione riflessiva e, appunto, solitaria seppur narrata con melodie agrodolci viene esaltata come momento curativo proprio perchè capace di far concentrare su se stessi.

Una menzione speciale va sicuramente a quello che disgraziatamente è l’ultima “raccolta di poesie” (perchè di questo si è sempre trattato con le sue canzoni) di David Berman. Con il self-titled debut del suo nuovo progetto/moniker, esce a luglio Purple Mountains. Il disco mostra che Berman ci sa ancora fare, ma soprattutto che ha ancora tanto da raccontare. O meglio, da raccontarsi. Se possibile (ed è facile dirlo a posteriori), questa volta le sue parole sono ancora più cupe e preoccupanti del solito. Ad Agosto, arriva la notizia del suo suicidio, che porta via una delle più grandi penne della storia della musica recente.

Ma il 2019 è stato anche l’anno del nuovo disco della sempre più impressionante Aldous Harding: Designer prosegue sulla traccia intrapresa da The Party due anni fa e conferma la cantautrice neozelandese come una stella capace di risaltare per particolarità e bravura nel panorama musicale contemporaneo.

E poi il bellissimo Mother Of Gloom di Emily Fairlight, con le sue atmosfere dal sapore antico e tutta la sua poesia; la grinta dei Fontaines D.C. che con Dogrel si inseriscono nel nuovo (e diciamolo: ci voleva) filone post-punk d’oltremanica; tutta la poetica dolcezza di Buxton Palace Hotel, il debutto di Studio Electrophonique, nuovo progetto di James Leesley; la toccante sperimentazione del duo Minor Pieces con il loro The Heavy Steps of Dreaming.

Ma ovviemente potrei aggiungere molti altri dischi, ed alcuni forse li ho scordati per strada. Certo è che ognuno ha avuto i suoi. Spero che quelli che vi abbiamo raccontato in questo anno abbiano saputo tenervi compagnia.

 

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