The Big Moon – Walking Like We Do

cover

Francesco Giordani per TRISTE©

Ci sanno fare eccome queste quattro londinesi che, se nel nome paiono promettersi allo scintillio di romantici pleniluni, poi, canzoni alla mano, scelgono anche per questo loro secondo lavoro in studio (sempre per Fiction) atmosfere e colori decisamente diurni.

Splende un sole a tratti abbagliante negli occhi (e sulle chiome dorate) di Juliette “Kules” Jackson e delle sue compagne che, dopo aver mancato per un soffio un Mercury Prize con il comunque fortunato esordio (era il 2017), si fanno, in questo Walking Like We Do, messaggere di una cosmogonia pop se possibile ancor più ispirata.

Il canzoniere del quartetto brilla di una luce sorprendentemente limpida e calda, che a memorie art-rock assortite di Warpaint, Those Dancing Days (le ricordate? no? allora mi spiace per voi…), Goat Girl o Wolf Alice, sovrappone un gusto tutto post-moderno per il pastiche polimorfo.
Gli ingredienti della pozione magica sono presto detti: r’n’b (Holly Roller), soul (Dog Eat Dog o Why), dance-pop (la formidabile Take A Piece e l’ancor più rimarchevole Dont’t Think, che nelle mani di una Beyoncè qualunque farebbe faville di non trascurabile potenza), finanche gospel (Waves), sino ai felici lampi di Barcelona, A Hunder Ways To Land e Your Light, che paiono giusto esser scritti per ricoprirsi di meritata gloria sulle ribalte del prossimo Primavera Sound.

A puntellare tanta esuberante eloquenza le fanciulle chiamano in causa una solidissima unità di scrittura e un gusto, anzi: una passione quasi feticistica, per la canzone pop in quanto oggetto di pura venerazione concettuale. Il che rende la band ovviamente assai cara a chi scrive, nel suo impercettibile risvegliare i fasti di quella stagione misteriosamente incastonata nel cuore degli anni Duemila, quando voci di sirene suadenti (portavano i nomi magari di Amy Winehouse, Kate Nash o Duffy) quasi ci illudevano di poter vivere nuovi Anni Sessanta.

Sebbene un’Estate dell’Amore sia al momento assolutamente da escludere, una timida Primavera dalle piacevoli note di queste Londinesi, a chi vorrà o saprà coglierla, potrebbe forse annunciarsi.
E sarebbe già tanto.

 

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