Gaarden – The Fall

gaarden the fall

Marco Bordino per TRISTE©

Questa giovanissima formazione si autodefinisce “International dream punk”. Presentazione da cazzoni, eddai.
Provo a indagare: a quanto pare sono tre russi davvero molto giovani con cui possiamo essere tolleranti, concediamogli il cazzeggio, un’esigenza legittima quando non sai bene ancora chi essere.

In giro trovo pochissime informazioni a incorniciare questo disco, in cui sento chiare un’urgenza e una frenesia giovanile di esprimersi, nonostante la scelta di uno stile (di partenza dream pop direi) generalmente mite e non propriamente scatenato.
Questa urgenza creativa è confermata  direttamente dalla band nelle poche righe della bio con cui si descrivono: “after a dramatic loss of friend and former band member Yareek (r.i.p.) the band were inspired to create.. etc.”
Non sono in possesso di nessuna informazione per contestualizzare questa scomparsa, quindi vado di fantasia e immagino quanto la scomparsa di un componente del gruppo, Yareek, possa averli spinti a produrre con urgenza un disco che esprimesse i diversi stati d’animo che la morte sollecita.
Ma al di là degli stati d’animo, è l’atto di creare, dare vita appunto, che si pone come processo diametralmente opposto alla morte. Non credo sia un rito catartico, né un’elaborazione. E’ un movimento spontaneo e opposto.

Il risultato è un lavoro diretto, suono a bassa definizione e testi genuini (vedi: semplici).
Il disco è intitolato non a caso The fall, termine che in inglese condensa in sé un movimento e una stagione, un doppio semantico che restituisce facilmente un’immagine: foglie che cadono mentre cala la luce e con essa cala anche il testosterone.
“I am tired” cantano i nostri ragazzetti dai volti pallidi, mentre nel video del brano scherzano e giocano tra palazzi e cortili innevati di una grigia città russa. Sono stanco, non voglio pensare mi sembra di aver sentito dire.

“Shiny day” è il singolo che precede il disco, un brano più solare e brioso in contrasto con il testo, che ruota intorno a un desiderio di poter rivedere una persona distante: “tell me when, tell me where, i’ll see you again”. Direi che come sonorità siamo dalle parti dei Real Estate, una versione leggermente più ruvida e lofi rispetto alla band del New Jersey, ma su questo mi piace pensare che influisca il contesto antropologico ben diverso.
Inoltre aggiunge una nota acerba una sezione ritmica dal suono parecchio rudimentale e aggressivo. 

Il disco ha una perfetta opening track, “The only thing she said”, che ammalia mentre cresce e predispone bene l’ascoltatore a proseguire verso atmosfere malinconiche che pervadono ogni brano.
Molto riuscita “Orange Flowers”, breve e decisa deviazione verso il post punk.
In fondo “We don’t sleep anymore on the beach”, tutt’altro che nostalgica, invece che chiudere sembra aprire il disco a nuovi orizzonti della band, a quella spinta ad andare avanti e creare.

Complimenti all’Australiana Library Group Records che ha pubblicato questo bel disco.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...