Epic45 – We Were Never Here

cover

Francesco Amoroso per TRISTE©

Quante volte avete sentito paragonare le immagini, dovute al lockdown, di desolati monumenti di solito affollatissimi, di città svuotate, di lungomare spettrali, della natura che comincia a riprendersi i suoi spazi, a quelle pellicole distopiche nelle quali si racconta il post apocalisse nucleare o l’invasione degli zombie?

Personalmente ne ho perso il conto e ho cominciato a trovare anche piuttosto stucchevole questo genere di narrazione.
La verità è che l’umanità ha continuato a essere presente, seppure ben nascosta dietro finestre e porte chiuse, e quelle immagini, così affascinanti all’inizio, non hanno fatto altro che raccontare una storia a metà: erano una suggestione, appunto, e niente altro.

Le città si stanno ripopolano, i monumenti (presto) saranno di nuovo nascosti dalla folla e dagli schermi dei cellulari, i lungomare saranno presi d’assalto e la natura si ritirerà in buon ordine.
Molto più vere e reali, invece, e perciò molto più emozionanti sono le straordinarie immagini raccolte in un libro di 48 pagine, in formato 33 giri, che contiene al suo interno un cd con 14 brani (la scelta del cd, invece che del vinile, non è affatto casuale).

Si tratta del nuovo lavoro degli Epic45, il duo formato da Ben Holton e Rob Glover che prosegue, con “We Were Never Here”, la propria narrazione poetica fatta di nostalgia e di echi del passato che si riverberano nel presente, rendendolo più affascinate e pregno di significato e memoria.

Le foto ritraggono casette in mattoni, automobili e altri manufatti abbandonati, tralicci, sentieri che si perdono nel nulla, fermate dell’autobus ricoperte di piante, cabine del telefono in aperta campagna, cancelli che limitano l’accesso a nessun luogo in particolare: immagini apparentemente ordinarie, eppure a loro modo straordinarie, frammenti di paesaggi suburbani e semi-rurali dello Staffordshire che, tuttavia, si trovano in “nessun luogo”, un luogo dove “non siamo mai stati”.

Il nuovo lavoro di Ben Holton e Rob Glover è interamente strumentale (come pure prive di alcuna didascalia sono le immagini del libro), la loro miscela di suoni atmosferici e chitarre trattate, di ritmi spezzati e field recording  si prende la scena e accompagna lo sguardo dell’ascoltatore in un viaggio di scoperta e di introspezione.

Non ci sono monumenti grandiosi colti in un raro attimo di “solitudine”, né famose piazze fotografate in orari antelucani, ma auto abbandonate, segnali stradali coperti dal verde, una serra in rovina, muri, mattoni, siepi, ponti, bidoni della spazzatura.
E, per ognuna di queste foto, c’è il suggerimento di una storia, di un passato, di un presente, anche l’intuizione di un futuro. 

Su queste storie si dipana la musica come un sottile strato di nostalgia, come il tempo che passa inesorabile, come il vento, la pioggia, il succedersi delle stagioni che tutto modificano, con impeto o con estrema grazia.

Se le nostre città sono sembrate, per il breve spazio di qualche settimana, svanire nel nulla,  qui è un mondo diverso, il limine tra civiltà e natura, che scolora nell’oblio e i suoni degli Epic45 ne sono la colonna sonora, che conferisce densità, complessità e poesia a situazioni e luoghi apparentemente ordinari.

Il ritmo schivo di “Among Ruins”, il piano misurato di “Through Frosted Glass”, i field recording di Antony Harding (July Skies) su “Your Life Is A Broken Spire”, le delicate sonorità di “Old Light”, ci accompagnano in un percorso di ricordo che, piuttosto che cristallizzare la memoria, la rende viva, intensamente attuale, ricordandoci che non esiste alcun passato, o presente o (forse) futuro, ma che la vita non è che il continuo e ininterrotto fluire di momenti, frangenti, attimi e che (con buona pace anche del lockdown) tutto passerà, quasi senza lasciare traccia.

Un giorno potrà sembrare che non siamo mai stati qui, eppure c’eravamo, con i nostri sensi profondamente all’erta e i nostri cuori pulsanti.

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