Fontaines D.C. – A Hero’s Death

Francesco Giordani per TRISTE©

Non so se abbia ancora senso (detto altrimenti e più cinicamente: se abbia ancora convenienza) “fare rock” oggi. Queste retoriche domande del resto circolavano già a inizio Millennio, soprattutto all’indomani di Kid A, come ben ricordo. E si è visto come poi è andata… Muore ciò che non cambia. O meglio: muore ciò che non sa conversarsi (e dunque trasmettersi) nel perpetuo cambiamento, come oltre mezzo secolo di elucubrazioni sulla fine della storia ci ha forse, spero, insegnato. Una cosa tuttavia per me è assolutamente certa: nel 2020 ha senso fare i Fontaines D.C.

Anzi, direi che ha più d’un senso, come un lavoro ispirato del tenore di A Heroe’s Death non esita a dichiarare. Nel fondo del secondo disco dei Dublinesi – pubblicato con le cure di Dan Carey ancora per Partisan, ad un anno appena dal folgorante esordio Dogrel – si posano e vanno inesorabilmente a decantarsi i postumi di un 2019 da vertigini, vissuto dalla band con temerarietà e gusto letterario per l’avventura, come sul filo di un’iperbole pericolosamente tendente alla linea di caduta.

“Il riconoscimento ottenuto con Dogrel ci ha mandati un po’ in confusione. Vivere di musica è ciò che abbiamo sempre voluto, così come ottenere un riscontro, ma (…) può essere faticoso, abbiamo tenuto ritmi implacabili, a volte per sentirmi connesso con quello che cantavo mi sono ficcato dentro stati d’animo che mi hanno scombussolato, penso di dimostrare dieci anni in più rispetto ai primi concerti.”, ha dichiarato a Rolling Stone il leader Grian Chatten, aggiungendo “se Dogrel rappresentava il suono delle strade, A Hero’s Death suona come quello che si trova sotto l’asfalto. Che cosa si nasconde e vive nelle fogne? È una sorta di sovversione, è un po’ come andare sott’acqua. Volevamo creare una fantasia, un luogo immaginario dove evadere dalla realtà.”

Di quanto accaduto subito dopo Dogrel cantano dunque i frammenti lirici A Heroe’s Death, poema rock senza eroe, per così dire, come l’effigie ritratta in copertina del mitologico Cú Chulainn, morto a vent’anni lascia intuire. Cantano dell‘inevitabile depressione post-successo, amplificata dalla solitudine e dallo stordimento di un never ending tour in paesi letteralmente mai visti prima (I Was Not Born, You Said). Ma anche dell’esposizione improvvisa, senza preamboli, all’adorazione idoleggiante di un pubblico rapito e del senso di paralizzante responsabilità verso di esso che ne scaturisce – quel dover pur dare qualcosa a chi ha pagato un biglietto per il suo diritto a svagarsi o almeno credere di farlo (I Don’t Belong).

Gli Irlandesi rigettano tuttavia nel fango la maschera da Eroi, disertando il romanzo picaresco dei vicoli dell’amata/odiata Dublino per abbandonarsi ad una ballata dall’incedere spezzato (Such A Spring, No). Sullo sfondo di un’America troppo velocemente trovata e in cui altrettanto velocemente ci si perde (Living In America, Televised Mind), la tentazione sempre viva dell’ammutinamento pare affacciarsi come una visione salvifica alla mente di cinque Dublinesi (Love Is The Main Thing), mentre i loro sogni di gloria a poco a poco si accartocciano nel Giorno della Marmotta sinistramente evocato dal videoclip del bellissimo singolo A Heroe’s Death, da quell’ossessivo, come incantato, ripetere il verso Life ain’t always empty fino a dissolverne il significato letterale nel suo esatto contrario.

L’impressione generale è quella di un album con il respiro rotto, ombroso, mentale, onirico, solipsistico (sentite Lucid Dream), che ha del paradossale e del prodigioso: concepiti prima che il Covid-19 esplodesse, gli undici episodi di A Heroe’s Death si rivelano, quasi grazie ad una purissima intuizione preveggente, il corredo musicale perfetto per questi nostri giorni post-pandemici, fatti di rovine, ricordi sconvolti ed evasioni clandestine, irresistibilmente attratti dal fascino ipotetico di mondi di pura immaginazione.

Chiudo dunque da dove ero partito, con una frase che ho letto su Facebook e sulla quale medito da giorni.
Se muore, non è rock. Ecco, ascoltando i Fontaines D.C. me ne convinco.

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