Private World – Aleph

Francesco Giordani per TRISTE©

L’anno musicale volge inesorabilmente al suo autunno, il che, per un album così crepuscolare come Aleph, è un gran bene. Difficilmente i mesi che ci attendono potranno infatti avvolgersi in stoffe musicali più pregiate di quelle che i Private World hanno quasi maniacalmente ricamato.

La band synth-pop guidata dai raffinati esteti gallesi (di Cardiff) Tom Sanders e Harry Jowett, ha dipinto un album dal fascino sottile, sofisticato e malinconico, che va ad occupare, nella mente bislacca di chi scrive, il quarto vertice di un ideale quadrilatero sonoro che poggia i restanti piedi sugli esordi di Nation of Language e Westerman (recuperate il suo notevole Your Hero Is Not Dead) e sul bellissimo Gathering Swans dei Choir Boy, da noi già lungamente elogiato.
Progetti che peraltro, vuoi per l’anno maledettamente bisestile vuoi per una sempre più irreversibile disaffezione/distrazione del pubblico “alternativo”, hanno raccolto davvero troppo poco rispetto alla qualità (ingente) messa in campo.

I dieci episodi di Aleph attraversano in punta di piedi oltre quarant’anni di sofisticati estetismi pop inglesi, dai Roxy Music di Avalon a certo Brain Eno o David Sylvian, passando per i primi Blue Nile, of course, ma anche per i Prefab Sprout del sottovalutato ma non meno folgorante Swoon, fino all’attualità di un Destroyer o di un Washed Out. Il mero revival “sophisti-pop” (già celebrato illo tempore all’affacciarsi dei Rhye) viene tuttavia scongiurato dalla particolare grafia dei Gallesi, che al gusto per la citazione sontuosa abbina una visione compiutamente architettonica della “spazialità” di suoni e tessiture armoniche, quasi a descrivere una minima scienza (una cabala? almeno a giudicare dal titolo del disco…) del loro effetto sulla psiche (e “pop psyche” è del resto un’etichetta che la band ha coniato per autodefinirsi, un po’ esotericamente).

Visione ben esemplificata dallo svolgimento impeccabile quanto mentalistico delle magnifiche Hynagogia, Alien Funeral, Blue Spirit, Birdy e Chasm, e che trova piena formulazione teorica in questa dichiarazione del duo: “Imagine you have an empty room to fill or decorate: you fill that room with furniture and ornaments while considering space, the balance and distribution of the objects within the room; the colours, the size, and how the order within the room can dictate satisfaction – like feng shui. Our approach is the musical equivalent: contemplative songwriting that considers proportion and balance. You’re arranging something with an intuition, you want to feel that balance of light and heavy, different textures.

Equilibrio, distribuzione degli elementi nello spazio, calcolo delle misure, studio della luce, scelta delle decorazioni e conseguente millimetrica modulazione dei volumi: questi sono i principi cartesiani delle algide macchine progettate dai Private World che, in un accesso di fanatismo costruttivista, arrivano addirittura a sostenere di arredare le stanze in cui lavorano sulla base della musica che intendono di volta in volta creare.

Del resto, a voler fare dell’erudizione da due soldi, l’Aleph prima ancora di intitolare un’indimenticabile racconto di Jorge Luis Borges è pur sempre la prima lettera dell’alfabeto ebraico. L’antichissimo testo cabalistico Sefer ha-Bahir afferma che essa esisteva ben prima della Torah e la mette in relazione, sul piano simbolico, al cervello e all’orecchio.

Elementi questi ultimi che i Gallesi hanno senz’altro profuso nelle loro creazioni e che, di converso, anche l’ascoltatore è chiamato a mettere al servizio di Aleph.

In cambio, garantiamo, ne riceverà rivelazioni ai limiti del divino.

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