Angel Olsen – Whole New Mess

Francesco Amoroso per TRISTE©

Non importa quanto ti allontani. Prima o poi, è inevitabile, devi tornare a casa.

Mi capita spesso di pensare alla parabola artistica di tanti musicisti che amo e apprezzo, alla loro gavetta, a volte lunga, altre infinita. Ai sacrifici che fanno e ai compromessi che devono accettare per arrivare a essere ascoltati (e, sovente, anche solo per sopravvivere).
Alle scelte che ne condizionano la carriera. Ai rifiuti o ai colpi di fortuna che possono cambiare la loro storia.

Mi capita di fare certi ragionamenti anche quando penso ad Angel Olsen, artista che ho amato follemente ai tempi delle sue prime uscite e che, album dopo album, ho cominciato a sentire sempre più lontana da me.
Per lungo tempo ho pensato che, prima con “My Woman” e le sue canzoni piene di ritmo e chitarre elettriche e poi, in maniera ancora più eclatante, con le tastiere e gli arrangiamenti orchestrali di “All Mirrors” avesse in qualche modo tradito le mie aspettative, sterzato bruscamente, lasciando me, suo ammiratore della prima ora, alle spalle, per inseguire una visibilità e un successo che il folk scarno e quasi ascetico degli esordi non le avrebbero mai permesso di raggiungere.

Quanto mi sbagliavo!

E c’è voluto il suo nuovo lavoro, “A Whole New Mess”, per farmi capire quanto le mie elucubrazioni e il mio purismo (facile fare il puro con.. la musica degli altri) mi abbiano a lungo fuorviato.

E’ vero: chiunque abbia avuto la fortuna di conoscere e amare la Angel Olsen in versione folk singer scontrosa e introversa ai tempi del suo primo eccentrico ep “Strange Cacti” e dell’incredibile album d’esordio “Half Way Home” (rispettivamente del 2010 e del 2012), avrà come me, probabilmente faticato un po’ a entrare in sintonia con le successive uscite discografiche dell’artista del Missouri, caratterizzate, come dicevo, da sonorità più articolate, cinematiche e corali, da ritmi, tastiere, chitarre elettriche e testi aggressivi e diretti.

Eppure, guardando, con un po’ di prospettiva, ai tre album usciti in cinque anni per la Jagjaguwar (“Burn Your Fire For No Witness” del 2014 è stato l’album della trasformazione, quello forse più in equilibrio tra la prima Angel Olsen e la sua versione scintillante in parrucca argentata) e culminati con “All Mirrors” dello scorso anno, risulta evidente (anche a quelli un po’ musicalmente ottusi come me) non sono stati altro che la naturale e brillantissima evoluzione artistica di una musicista ispirata e dal talento smisurato e multiforme, dalla storia personale travagliata che, spinta da una legittima e rispettabilissima ambizione, ha deciso di non restare ferma sul posto, di esplorare, di sperimentare, di progredire. Di trasformarsi per rimanere, in qualche modo, sempre fedele a se stessa.

L’opzione opposta (quella in cui ogni amante giovane, in fondo, un po’ spera) quella cioè di non cambiare, di non offrirsi al mondo, di rifiutare strade diverse (e, magari, più perigliose) e finire con il ripetere la stessa formula all’infinito sarebbe stata probabilmente il vero tradimento, il reale abbandono della sincerità e della spontaneità che tanto cerchiamo in un mondo di plastica.

E il fatto che, in fondo, la stessa Angel debba aver sentito un po’ di nostalgia per le scheletriche ballate piene di pathos e magia degli esordi, rende ancora più evidente quanto le sue scelte artistiche non siano mai state forzate e quanto le sue canzoni, se le si riesce ad immaginarle nella loro lucente nudità, siano solo un’espressione di sé scevra da ogni sovrastruttura posticcia.
E’ la personalità forte e tormentata di Angel, quella di un’artista e di una donna che cerca, ogni volta, nuove modalità espressive, a giustificare ogni sua scelte, anzi a renderle quasi obbligate.

In “Whole New Mess”, uscito a sorpresa questa estate senza praticamente promozione, la Olsen ha, così, deciso di tornare a casa (del resto il lockdown ha imposto anche agli artisti una clausura forzata) e ha voluto, almeno per una volta, riproporre quelle sonorità quasi ancestrali fatte solo di chitarre e della sua voce così unica, distante, mutevole, commovente e incantata, catturata da qualche microfono d’atmosfera sapientemente piazzato nel suo buen retiro.

Reinterpretando in chiave essenziale, ma tutt’altro che priva della ormai proverbiale grinta, ben nove brani di “All Mirror” (i cui titoli sono sempre leggermente modificati a sottolinearne l’autonomia) e aggiungendovi due preziosissime gemme acustiche (la title track e la magnifica “Waving, Smiling che suona quasi come una hit uscita da una radio a valvole dei fifties), con il suo primo album concepito e registrato totalmente in solitaria dai tempi del magnifico debutto, Angel è riuscita ancora una volta a sparigliare le carte regalandoci un autoritratto intimo e vulnerabile, una narrazione sincera e non filtrata che ha a che fare, ancora una volta, con l’amore, il dolore, la perdita e la redenzione.

Bentornata a casa Angel! E’ stato bellissimo ritrovarti.
Ora, però, non vedo l’ora di scoprire dove la tua strada ti porterà.

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