That Which Is Not – The Basic Sharpness Of Emotions

Peppe Trotta per TRISTE©

Svegliarsi un venerdì mattina ad inizio Febbraio e ritrovarsi improvvisamente in primavera. Trascorrere due giorni cullato dal sole, in un tepore straniante e finire la domenica sera immerso nella nebbia prima che esploda un violento temporale percorso da un vento gelido. È spiazzante passare tra poli opposti nell’arco di un frangente limitato, un’esperienza in apparenza banale, ma che per il modo in cui accade può divenire affascinante.

Allo stesso modo ci si può ritrovare in balia di un suono che gradualmente muta muovendosi tra atmosfere divergenti, un flusso sensoriale in costante trasformazione, coerente e privo di cesure, a cui abbandonarsi totalmente seguendone le suggestioni. Sono esattamente queste le coordinate alla base dell’itinerario di esordio di That Wich Is Not, neonato progetto che vede insieme Nicola Fornasari (Xu, Xu(e), La Petite Vague) e Pier Giorgio Storti (Morose, Belaqua Shua).

Dall’incrocio tra l’immaginario sintetico di Fornasari e l’universo strumentale di Storti scaturisce un avvolgente e vivido viaggio elettroacustico scandito dal succedersi di ammalianti paesaggi dal sapore invernale. Cristalline istantanee, nutrite da combinazioni differenti tra le parti in causa, costruiscono un cangiante sguardo d’insieme che ha le sue invarianti nell’attitudine introspettiva e nel tono profondamente malinconico.

Spetta alle placide movenze della cullante “Twin” introdurre in modo delicato e magnetico la narrazione. Nella sua prima parte, il lavoro vede prevalere le enfatiche tessiture del violoncello, sapientemente interpolate da rilucenti e placide stille elettroniche che ne accompagnano ed espandono l’emozionale dispiegarsi. Man mano che la trama evolve, la voce dello strumento si fa più labile e trasfigurata diluendosi nei fondali sempre più saturi, divenendo quasi indistinguibile nel denso vortice di risonanze della title-track e tramutandosi in nostalgica e flebile eco nella romantica deriva di “Dreamoise”.
Prima di giungere in fondo al tracciato, c’è spazio per un’improvvisa ed inattesa fuga verso litorali esotici dal sapore mediorientale (“Turtle Move”), dalla quale si riemerge per un’ultima ruvida deriva tra algide modulazioni e riverberi spettrali di un inverno senza fine e dalle cromie accecanti.

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