Mogwai – As The Love Continues

Francesco Amoroso  per TRISTE©

Sono sempre stato un amante delle parole.
Le parole mi fanno sentire a mio agio, mi confortano, mi danno una direzione.
E’ probabilmente per questo che sono un avido lettore, un ascoltatore attento e anche un gran chiacchierone (e, visto quanto mi dilungo quando scrivo, dubito che questa sia una gran rivelazione).

Senza le parole a spiegarmi il mondo, mi sento perduto. Il non detto, la comunicazione non verbale mi ha sempre messo in difficoltà. Mi accade così anche con la musica strumentale. Senza i testi (lyrics come dicono gli anglosassoni con una certa dose di enfasi) è come se vagassi per una città sconosciuta e non avessi la possibilità di avvalermi, non dico di un navigatore satellitare, ma neanche di una mappa cartacea.

Credo che sia questo il motivo per il quale sono giunto relativamente tardi al post rock. Quando ero a Londra, in una delle mie piccole “bolle” di appassionati dei Belle and Sebastian non si faceva altro che parlare dei Mogwai e del loro secondo album, “Come On Die Young”.
A me, però, risultava poco chiaro come amanti delle parole come quelli che adoravano Stuart Murdoch, potessero essere così eccitati all’idea di ascoltare le chitarre di Stuart Braithwaite e compagni per oltre un’ora di musica strumentale, senza punti di riferimento, smarriti in un marasma sonoro prorompente.

Intendiamoci i Mogwai mi piacevano già. E parecchio. Avevo ascoltato e amato “Young Team” e la raccolta “Ten Rapids” e mi ero divertito immensamente a un loro concerto, ma non riuscivano a essere una band del mio cuore, il mio apprezzamento rimaneva di superficie, a livello più intellettuale che emotivo. Credevo che senza l’ausilio delle parole, non si potesse arrivare a parlare al mio cuore.
E, invece, “Come On Die Young” fece il miracolo.

Con i loro crescendo drammatici, le giustapposizioni forte/piano, i saliscendi emotivi, le chitarre indomabili, le ritmiche che non davano tregua, le atmosfere sordidamente romantiche straziate da dirompenti distorsioni, i Mogwai si sono ritagliati uno spazio nelle mie preferenze e i loro concerti si sono sempre rivelati esperienze esaltanti e emozionanti (anche se non riesco mai a ricordare i titoli delle canzoni). Ho, in qualche modo – e in oltre vent’anni – imparato a muovermi per le oscure vie delle loro composizioni e ho finito per dimenticare la necessità di una mappa che mi permettesse di orientarmi. Ho capito che lo scopo possa essere, almeno ogni tanto, quello di perdermi, di lasciarmi andare a un’onda emozionale spesso travolgente.

Tuttavia continuo a sentirmi poco a mio agio con la musica strumentale e, seppure mi possa considerare un appassionato del post rock, rimarrò sempre un turista, che ammira a bocca aperta certe costruzioni (sonore) senza realmente comprenderle del tutto.

“As The Love Continues” è il decimo album in studio della band di Glasgow e arriva a un quarto di secolo dai loro esordi, eppure i Mogwai sono ancora in grado di trasmettermi la stessa energia e l’ardore delle loro composizioni giovanili.
Il merito, in questo caso, va anche al produttore Dave Fridmann che – alla quarta collaborazione con gli scozzesi –  riesce a dare del metodo all’impeto creativo della band.
Per continuare la metafora geografica, ascoltare questo nuovo album è stato come visitare ancora una volta una città bellissima (e un po’ inquietante), che non sarà mai la mia ma che amo profondamente e nella quale, pur trovandomi ormai a mio agio, sono certo che, ad ogni svolta, ci saranno sorprese inaspettate, novità eccitanti e imprevisti che mi toglieranno il fiato.

Ci sono passaggi sorprendenti in questo nuovo lavoro, come “Dry Fantasy”, “Here We, Here We, Here We Go Forever” o “Fuck Off Money” nelle quali, grazie all’uso sapiente delle tastiere di Burns, la band dimostra di aver fatto proprie le lezioni imparate con le colonne sonore, e non mancano, naturalmente, brani dove emerge il sound distintivo della band, fatto di inquiete e angoscianti cavalcate post-rock intrise di fragoroso feedback (il suono ormai classicissimo, eppure sempre efficace di “Ceiling Granny” o “Drive The Nail”). Ci sono poi momenti più oscuri e riflessivi (“Midnight Flint” con Atticus Ross, la cervellotica “Pat Stains” con Colin Stetson, la suggestiva e vorticosa “It’s What I Want To Do, Mum”) nei quali la capacità “narrativa” delle composizioni dei Mogwai raggiunge vette inusitate.

E c’è anche il guizzo, quello che davvero non mi sarei aspettato: “Ritchie Sacramento” – dedicata a David Berman e a tutti gli amici musicisti che hanno perso la vita e unico brano propriamente cantato dell’album (stavolta da Braithwaite in persona, con grande perizia e senza voce distorta) – è una canzone perfetta, sorprendentemente pop e immediata, che mi fa capire quanto la classe e la perizia compositiva acquisita negli anni dai quattro di Glasgow non abbia fatto perdere loro un grammo della spontaneità e della carica emotiva che sono da sempre state caratteristiche imprescindibili della loro musica. (E ho come l’impressione che questa canzone sia un piccolo riconoscimento per me, turista della musica strumentale cui la band post rock per antonomasia conferisce un premio per l’impegno e la passione profusa nel seguire fedelmente la loro incredibile parabola artistica. “Dai“, sembra dirmi Stuart “questa è più facile del solito, puoi capirla anche tu senza troppo sforzo“).

Stuart e soci, nonostante siano in giro da un quarto di secolo (e da metà della mia vita) non suonano stanchi, non hanno affatto esaurito le idee né la voglia di evolversi, di cambiare, di allargare i propri orizzonti, e lo fanno con naturalezza e senza mai tradire le proprie origini. Anzi sono più vivi e in forma che mai.

Di questi tempi un album, come “As The Love Continues”, che ci prende per mano e ci fa viaggiare è una benedizione. Di più: una assoluta necessità.
E allora che l’amore continui. Grazie e lunga vita ai Mogwai!

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