The Notwist – Vertigo Days

Peppe Trotta per TRISTE©

Mi affascina il vento, la sua forza invisibile ma sempre percepibile, la sua capacità di spazzare via ogni patina (in questi giorni soprattutto la cenere lavica), il suo saper essere rinfrancante refrigerio nelle giornate calde.
Mi perdo osservando il suo infaticabile estro nel ridisegnare continuamente il profilo delle nuvole. Probabilmente l’aver vissuto in un luogo perennemente attraversato da correnti d’aria, spesso anche moleste, ha contribuito a costruire questa suggestione che non mi ha abbandonato neppure dopo essermi trasferito in un territorio decisamente meno soggetto alla sua volubile presenza.

A piacermi è anche il senso di cambiamento espresso dal soffiare più impetuoso e il suo riuscire a generare spirali vorticose di frammenti raccolti e inglobati in un unico, eterogeneo flusso trascinante.
A questa immagine mi ha riportato fin dal primo ascolto “Vertigo Days”, caleidoscopico lavoro che riporta sulla scena il marchio Notwist a ben sette anni di distanza dal suo ultimo organico disco di inediti “Close To The Glass”. Un lungo lasso di tempo durante il quale i fratelli Acher sono stati tutt’altro che inattivi e silenti, dedicandosi alla realizzazione di colonne sonore e festival, producendo dischi con la loro etichetta Alien Transistor e portando avanti progetti musicali paralleli e svariate collaborazioni.

È proprio il vasto e fertile accumulo di queste esperienze a rappresentare il punto di partenza del disco, indomita traiettoria ibrida tra un suono riconoscibile, consolidato durante una carriera ormai trentennale, e sfumature ed interpolazioni ricavate dal diretto coinvolgimento di artisti provenienti da un panorama  sonoro ampio e sfaccettato.

Incastonato tra la breve e convulsa intro strumentale di “Al Norte” e la cullante e calda chiusura di “Into Love Again”, quello che si rivela è un universo sonoro ricco e multiforme, concepito come un unico flusso senza soluzione di continuità, ma in costante e a tratti repentina mutazione, costruito assecondando una spiccata vena improvvisativa e il libero apporto richiesto ai vari musicisti chiamati in causa.
Con straniante coerenza si susseguono e si incastrano irruenze elettriche (“Exit Strategy To Myself”) e trascinanti frequenze pop in bilico tra oriente (“Ship” con Saya dei Tenniscoats) e sudamerica (“Al Sur” con Juana Molina), marcate e nervose pulsazioni ancestrali (“Into The Ice Age” con Angel Bat Dawid al clarinetto) e ballate dolenti e allucinate scandite da una vocalità profonda (“Oh Sweet Fire”con Ben LaMar Gay).

In questo caleidoscopio c’è ancora spazio per canzoni più vicine all’animo malinconico della band tedesca, affidate al canto morbido e ammaliante di Markus Acher (“Where You Find Me”, “Loose Ends”, “Sans Soleil”, “Night’s Too Dark”), tracce che malgrado il ridotto apporto dell’elettronica (conseguente alla fuoruscita di Martin Gretschmann) rimandano alle indimenticate pagine dei loro dischi migliori. Un ritorno convincente, tra continuità ed innovazione, per una band ancora vogliosa di esplorare nuovi possibili orizzonti attraverso cui plasmare accattivanti itinerari emozionali.

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