Ed Dowie – The Obvious I

Francesco Amoroso  per TRISTE©

Per scrivere qualcosa di interessante su un album che mi piace, evitare di riportare quasi pedissequamente la cartella stampa e di ripetere quanto si potrebbe trovare ovunque in rete, di solito cerco una scintilla, un’idea, qualcosa che, anche a prescindere dal diretto contenuto dell’album che voglio raccontare, possa creare un collegamento con una lettura che mi ha particolarmente colpito, con un’opera d’arte, o, ancora, con le mie esperienze quotidiane e con le mie reminiscenze.

Spesso, tuttavia, il legame è così labile che il tentativo riesce a metà e, a volte, fallisco totalmente e devo limitare i miei voli pindarici e fare il “recensore” (per quanto, di solito, poco professionale e molto entusiasta).

Ascolto “The Obvious I”, il secondo lavoro dell’inglese Ed Dowie, e penso che di un disco così, unico, emozionate, pop eppure coraggiosissimo, dovrei davvero parlare. Ma la scintilla non scocca. Lo ascolto e lo riascolto e nel frattempo cerco, in tutto ciò che leggo, in tutto quello che mi circonda e mi accade, un’idea, la possibilità di non dire cose banali su un’opera che sicuramente in tanti sapranno analizzare e descrivere molto meglio di me.
Ma nulla.

Poi mi imbatto in una intervista a Ed Dowie: “Quando ho iniziato a lavorare al secondo album, ho cominciato a cercare un gancio su cui basare il progetto” racconta Ed “Per un anno e mezzo ogni venerdì mattina è stato riservato a visitare musei, pensando che da qualche parte avrei visto qualcosa che sarebbe stata la spina dorsale dell’album. Volevo davvero trovare qualcosa che mi facesse dire “Voglio scrivere un album da quello”. Qualcosa da leggere ed esplorare davvero e la verità è che non l’ho mai trovata “.
L’affermazione mi suona familiare.

E poi: “Allo stesso tempo, il mondo in generale sembrava come se stesse sprofondando sempre più nell’oscurità mentre le ideologie di destra stringevano la loro morsa. Con tutto quello che stava succedendo, mi sono domandato: rispondo a quello che sta accadendo nel mondo, o è solo davvero un’idea grossolana? Cosa aggiungo? Cosa ho da dire? Penso che alla fine il motivo per cui l’album si chiama The Obvious I è che tutto è legato all’Io, nel bene e nel male. Si spera che ci si accetti per quello che si è e questo è quello che faccio. Tutto ciò che accade è riflesso attraverso me stesso, le mie esperienze e i miei pensieri.”
Stavolta, “il gancio su cui basare” queste solitamente prolisse e inconcludenti chiacchiere me l’ha fornito lo stesso autore dell’album di cui voglio parlare.

Anche Ed Dowie, prima, si era sempre mosso così: per “The Uncle Sold” si era ispirato al romanzo di Kazuo Ishiguro “The Unconsoled”, per l’ep di debutto, “Unpacking My Library” all’omonimo saggio di Walter Benjamin.
Per “The Obvious I”, invece, ha deciso di scrivere un album profondamente personale che, però, invece di soffermarsi solo sull’introspezione, tenta di filtrare la realtà attraverso il sé, accettando i pensieri negativi, le nevrosi, i dubbi e le mancanze che tale visione parziale del mondo inevitabilmente porta (ed è proprio quello che, nel mio piccolo, tento di fare anche io, con risultati altalenanti, devo ammettere).
Sono questo tentativo di comprensione della realtà e questo spirito di accettazione che rendono “The Obvious I” un album così riuscito, coinvolgente, caldo, impegnativo e, allo stesso tempo, piacevole e accessibile.

Descrivere i nove brani che lo compongono non è affatto semplice ma, in qualche modo, può aiutare sapere che Dowie è cresciuto studiando il piano e cantando in un coro, facendo poi parte di una band (i Brothers In Sound con i quali ha pubblicato tre EP per la Regal Recordings, successivamente raccolti come un unico album della band “Family Is For Sharing” nel 2001) e entrando, infine, in accademia per studiare musica sperimentale.
Queste componenti della sua esperienza musicale si trovano tutte, perfettamente amalgamate, nei suoni di “The Obvious I”: sublimi passaggi corali (facilitati anche da una voce magnifica, franca ed educatissima che riesce ad essere angelica e inquietante: ascoltate la coda di “Under The Waves” se non ci credete) che ammaliano e emozionano a ogni cambio di armonia, melodie mai banali, che rimangono in testa e non hanno alcuna intenzione di allontanarsi, passaggi di synth, tastiere e piano che si collocano, brillantemente, nello spazio tra la pura sperimentazione e il pop più sfrontato.
La produzione di Leafcutter John, artista elettronico sperimentale (e metà del due Jazz sperimentale Polar Bear), poi, dona spessore e profondità alle composizioni di Dowie, aggiungendovi piccoli tocchi e spazio per respirare.

Gli archi di “Then Send Them”, la batteria elettronica e linee di synth anni ’80 della title track “The Obvious I”, il piano che introduce “Red Stone”, gli sperimentalismi di “How Light I” che mescola, in una melodia semplicissima, archi e found sounds, i passaggi synth-pop di “Number Eight Wire” o le atmosfere cinematografiche di “Under The Waves” (con la sua sublime coda cantata di cui si diceva), le ritmiche marziali di “Robot Joy Army”, sono esempi (solo pochi in un mare di suoni perfetti e perfettamente assemblati) delle qualità che rendono “The Obvious I” un album semplicemente straordinario, in bilico tra atmosfera e melodia, tra terreno e sublime, tra mondano e celestiale (con l’ulteriore, straordinario, pregio di avermi fatto capire che per non essere scontati e banali, potrebbe bastare, almeno ogni tanto, fornire il proprio sincero punto di vista, sui fatti e sulle cose che ci circondano).

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