Jason van Wyk – Threads

Peppe Trotta per TRISTE©

Prima dell’avvento di internet e di tutti i servizi di streaming capitava spesso di arrivare ad un album attraverso il semplice ascolto di un singolo trascinante. Personalmente poteva succedermi anche di essere attirato dalla sola copertina e ritrovarmi il disco in mano incuriosito dall’immagine e dalla promessa di un contenuto da essa veicolata. Questa prassi – con un rischio ormai pari allo zero visto che si può avere un’anteprima all’acquisto di qualsiasi cosa – continuo a conservarla e ancora adesso mi imbatto in lavori affascinanti mosso da questo semplice input.

Cinque anni fa una tale forma di magnetismo visuale mi ha introdotto all’universo sonoro di Jason van Wyk. Ricordo nitido il senso di incanto percepito al cospetto della foto scelta per la prima edizione di  “Attachement” curata dalla compianta eilean: un paesaggio marino silente ed enigmatico rivelatosi poi perfetta eco delle ammalianti risonanze proposte e reiterate nel capitolo successivo.

“Threads”, quarta prova pubblicata dall’americana n5MD, rappresenta un parziale punto di svolta per il giovane musicista sudafricano, un cambio di rotta che riduce drasticamente la componente acustica a favore di una declinazione ambientale sintetica.

La voce del pianoforte – elemento cardine dei due itinerari citati – risulta qui totalmente ridimensionata, relegata a traccia marginale che episodicamente emerge tra le brume algide di frequenze nebulose (“Light Burns Out”, “Subdued”). Identico destino è riservato alle flessuose movenze d’archi presenti come fonte pesantemente filtrata a cui continuare ad affidare la possibilità di aprire squarci elegiaci tra modulazioni inquiete e a tratti asfissianti (“Where To End”).

A dominare lo scenario è quindi un’elettronica oscura fatta di correnti profondamente granulose (“Amidst”), occasionalmente scandita da pulsazioni evidenti (“Partial Dawn”) ed incline alla definizione di un territorio sensoriale alienato (“Near Dark”), specchio di una postmodernità che assume sempre più le sembianze di una notte perenne.
Malgrado la capacità di rendere coinvolgenti anche le ombre più profonde, l’augurio è che van Wyk ci riconduca quanto prima verso gli orizzonti placidamente meditabondi che ci hanno fatto innamorare di una vena neoclassica sapientemente ibrida intrisa di ammaliante stupore.

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