Bill Callahan – YTI​⅃​A​Ǝ​Я

Peppe Trotta per TRISTE©

Ci erano voluti ben sei anni per ritrovare la voce unica di Bill Callahan dopo l’ottimo Dream River e durante quel lungo lasso di tempo il timore che qualcosa si fosse irrimediabilmente incrinato favorendo il sopraggiungere di un definitivo silenzio è stato un pensiero cupo difficile da schiacciare.
Fortunatamente le cose sono andate diversamente e l’ultimo triennio ha registrato non solo il ritorno sulla scena del songwriter di Silver Springs, ma anche una ritrovata continuità sinonimo di entusiasmo evidentemente mai sopito.

YTI⅃AƎЯ – diciannovesimo titolo pubblicato per Drag City, ottavo a suo nome – si presenta come un lavoro più composito e musicalmente ricco dei suoi diretti predecessori, costellato di soluzioni ed arrangiamenti che ibridano il consueto cantautorato folk profondamente introverso con schegge blues, sfumature jazzy ed impennate rock. A dominare è sempre il crooning profondo ed intimista del nostro, qui alle prese con testi immaginifici come non mai, scritti per essere un richiamo diretto e accattivante, un invito al risveglio dal torpore post-pandemico che si palesa fin dall’incipit dell’introduttiva First Bird (“And we’re coming out of dreams/As we’re coming back to dreams”).

Interamente registrate dal vivo, le canzoni sprigionano l’energia necessaria per attuare l’intento di trovare “suoni e parole che potessero sostenere e dare emozioni” – come l’autore stesso dichiara – proponendo un percorso visionario che alterna blues incalzanti (Partition), taglienti quanto saprebbe fare il Nick Cave più oscuro (Bowevil),a  trame elettriche seducenti (Drainface), sfociando in derive distorte dal sapore free (Planets).

Per dare forma al tutto, all’impianto di base costituito da chitarre, basso e batteria si aggiungono le sfumature di una strumentazione ben più ampia che si avvale del prezioso contributo di fiati, tastiere e voci femminili con cui costruire arrangiamenti ricchi, ma mai traboccanti.
E poi ci sono le ballate (Everyway, Lily), quelle elegie toccanti che esaltano l’interpretazione baritonale di Callahan, invariante di una carriera ultratrentennale priva di cadute di tono e capace di rinnovare costantemente il  potere espressivo di una scrittura sempre ispirata.
Un album prezioso da assorbire lentamente, lontano da ogni possibile fonte di distrazione.

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