Teenage Fanclub – Grand Prix

TeenageFanclub_GranPrixFrancesco Amoroso per TRISTE©

La prima volta che ho sentito parlare di Teenage Fanclub è stato nell’autunno del 1990. La radio “libera” dove trasmettevo la prima “incarnazione” de “L’Attimo Fuggente” aveva organizzato una classifica alternativa che andava in onda ogni domenica, condotta da tutti gli speaker dell’emittente (la parola Dj mi ha sempre inquietato, soprattutto dopo “Panic” degli Smiths).

Così, tra una chiacchiera, una telefonata degli ascoltatori, e un risultato di calcio, il nostro pomeriggio passava in allegria e, naturalmente, fioccavano i consigli musicali.
Tutti noi facevamo a gara a scovare nuovi grandi “talenti” da esibire come trofeo.

In quei giorni di settembre, impazzivamo per il nuovo singolo dei Nirvana, Sliver, la svolta “melodica” del giovane trio di Seattle. Ci sembrava di gran lunga il brano più emozionante del momento.

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The Smiths – The Queen Is Dead

Francesco Amoroso per TRISTE©

Quando, quasi due anni fa, ho cominciato a scrivere questa modesta rubrica, sapevo che, inevitabilmente, il momento sarebbe arrivato e la sola idea mi terrorizzava.

Ho rimandato e rimandato, dicendomi che un anniversario sarebbe stata l’occasione più opportuna (ma in realtà, fondamentalmente, mi stavo solo esercitando nel mio sport preferito: procrastinare).

Beh, adesso non ci sono più scuse: tra tre giorni saranno 30 anni esatti dall’uscita dell’album che ha più profondamente influenzato la mia vita.

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Sonic Youth – Daydream Nation

Francesco Amoroso per TRISTE©

Ci sono mille motivi per i quali rimaniamo legati a un album: a volte basta prenderne uno in mano perché, anche in maniera completamente autonoma rispetto alla musica che contiene, riesca a veicolarti un ricordo preciso e indelebile.

E’ ciò che mi accade ogni volta che ritorno a Daydream Nation, il sesto album dei Sonic Youth, la band che ha, in qualche modo, reso fruibile il noise per le masse.

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Mazzy Star – So Tonight That I Might See

Francesco Amoroso per TRISTE©

Il giorno che, su un noto settimanale musicale britannico, scoprii che gli Opal non c’erano più, ero ancora intento a rigirare tra le mani la copertina del loro album d’esordio, che ero finalmente riuscito a procurarmi dopo le solite immancabili peripezie.

Per meglio dire: gli Opal c’erano ancora, ma Kendra Smith (ex membro dei grandi Dream Syndicate), voce carismatica della band formata qualche anno prima con il chitarrista David Roback appena fuoriuscito dai immensi Rain Parade, era letteralmente scomparsa a metà di un lungo tour.

Nello stesso articolo si diceva anche che la band avrebbe proseguito nel lungo giro di concerti rimpiazzando la divina Kendra con una semisconosciuta ragazzina di origini messicane dalla voce flebile (forse, si diceva, la causa dell’allontanamento della Smith).
Insomma era, per tutti, la fine degli Opal, band che, nel breve volgere di un solo album (lo splendido Happy Nightmare Baby del 1987), era riuscita a rapire il cuore dei tanti appassionati del movimento del Paisley Underground che, con la dipartita dei Rain Parade, dei Dream Syndicate e ora degli Opal si stava pian piano spegnendo.

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Breathless – Between Happiness And Heartache

Francesco Amoroso per TRISTE©

Conobbi gli inglesi Breathless come spesso accadeva a metà degli anni ottanta: una parola colta da un amico esperto, la lettura di una recensione su Rockerilla, una canzone orecchiata su Radio Rock (quando ancora Radio Rock era davvero una radio rock).

Ma ciò che mi incuriosii davvero e che mi portò ad ascoltarli (all’epoca per ascoltare un album bisognava acquistarlo, l’avevo già detto?) fu il titolo del loro album d’esordio: The Glass Bead Game, il gioco delle perle di vetro.

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The Montgolfier Brothers – Seventeen Stars

Francesco Amoroso per TRISTE©

È sempre piuttosto difficile accogliere e introiettare nella giusta maniera l’idea di essere prossimi ad arrivare ai trent’anni. Se poi, poco prima della fatidica data, la vita cambia in maniera drastica e repentina, è probabile che sarà la paura ad accompagnare quel passaggio fondamentale dell’esistenza.

Anche se tento di essere distaccato (e quasi professorale) mentre enuncio queste incontrovertibili e banali verità, ciò non mi è possibile, poiché (purtroppo ormai parecchi anni fa) quello stato d’animo l’ho vissuto in prima persona.

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The Cure – Standing On A Beach

Francesco Amoroso per TRISTE©

Come fare? Prima o poi i Cure li avrei dovuti affrontare, eppure scegliere uno solo dei loro album mi pareva davvero un’impresa ardua, se non impossibile. Avrei potuto parlare di Three Imaginary Boys, il loro esordio: tre ragazzini neanche maggiorenni che, in pieno punk, sfornavano canzoni pop inimmaginabili, intrise di teenage angst, fatte di pochi accordi, eppure efficacissime, come Boys Don’t Cry, 10:15 Saturaday Night, Fire In Cairo.

Oppure avrei potuto raccontare del mio primo, travolgente, incontro con la trilogia “dark”: Seventeen Seconds, Faith, Pornography (me li regalò, insieme, mia nonna una notte di Natale di quasi trent’anni fa) e, anche in quel caso, sarebbe stato arduo scegliere tra tre lavori che, ognuno a modo proprio, hanno definito un suono e un’epoca grazie a brani unici e irripetibili quali A Forest, M, Play For Today, All Cats Are Grey, One Hundred Years, The Hanging Garden.

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