Michael Head & The Strands – The Magical World of the Strands

Francesco Amoroso per TRISTE©

Una delle cose più belle della Londra di fine anni novanta era la possibilità di entrare in un qualsiasi negozio di dischi (fosse Rough Trade, un lercio buco di usati a Soho o una delle grandi catene che letteralmente infestavano ogni angolo della città) e frugare tra i cd a basso prezzo, sperando di trovare qualche piccolo capolavoro dimenticato.

All’inizio della primavera del 1999, in quel di Londra, la mia principale occupazione nel tempo libero era proprio quella e, in una polverosa scatola di un sotterraneo di un non meglio precisato Tower Records, mi imbattei in un singolo di Michael Head And The Strands che si chiamava Something Like You (a 99p!). Fu, per me, una scoperta emozionante.

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Lloyd Cole and The Commotions – Rattlesnakes

Francesco Amoroso per TRISTE©

Videomusic, la prima televisione in Europa che trasmetteva solo videoclip 24 ore su 24, esisteva da poco più di un anno. E grazie a lei anche noi ragazzini che spendevamo le nostre esistenze alla estrema periferia dell’Impero stavamo riuscendo ad allargare, con pazienza e impegno, i nostri orizzonti musicali.

Band che fino a pochi mesi prima non avremmo mai sentito nominare divenivano, improvvisamente, grazie ai ripetuti passaggi televisivi del videoclip e a qualche cassetta registrata in maniera più che artigianale, parte integrante e irrinunciabile delle nostre vite in boccio.

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Hefner – Breaking God’s Heart

Francesco Amoroso per TRISTE©

Da qualche parte ho letto uno studio che sostiene come intorno ai trent’anni si smetta di ascoltare musica nuova. Sono rimasto molto perplesso: è un pezzo che ho superato quella soglia e continuo ad ascoltare novità quotidianamente e ad appassionarmi a nuovi artisti con notevole continuità.

Eppure qualcosa di vero, in quello studio c’è: sarà per una questione di tempo, di predisposizione mentale, di (benedetta) ingenuità, ma gli album e gli artisti ascoltati negli anni che vanno (molto approssimativamente) tra i quindici e i trenta sono, di solito, quelli che ci rimangono più vicini e quelli ai quali leghiamo ricordi e sentimenti in maniera più immediata e indissolubile.

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Nick Cave & The Bad Seeds – The Good Son

Francesco Amororo per TRISTE©

Dopo quindici giorni trascorsi in quella che allora non era ancora la ex-Jugoslavia, passati ad ascoltare sempre le solite cinque o sei cassette, un negozietto di musica, nascosto tra mille altri di souvenir, fu come l’acqua nel deserto. Peccato vendesse quasi esclusivamente cassette di musica folkloristica balcanica (che già allora non sopportavo).

La sete, tuttavia, mi portò a cercare con più attenzione fino a imbattermi nella cassetta (versione jugoslava) del nuovo album di Nick Cave & The Bad Seeds. Ci fosse stata più scelta probabilmente non l’avrei comprata perché i Birthday Party non ero mai riuscito a farmeli piacere e anche la successiva carriera del Signor Caverna non mi aveva mai convinto, con quei suoi toni troppo apocalittici e misticheggianti per i miei gusti.

Ma, relegato nel nulla musicale, finii per aggrapparmi a un artista che non avevo mai potuto soffrire più di tanto.

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The House of Love – The House of Love

Francesco Amoroso per TRISTE©

Interno notte. Una radio suona nel buio quasi assoluto. All’ascolto un adolescente avido di novità ed emozioni. All’improvviso, annunciata dalla voce amabile dello speaker, parte una canzone: si chiama Shine On. La stanza, la più classica delle “camerette”, si illumina d’improvviso. L’adolescente non riuscirà più a dormire quella notte.

Forse (anzi sicuramente) sto romanzando un po’, ma la sensazione provata all’ascolto di Shine On, il primo singolo degli inglesissimi The House Of Love, è stata davvero quella, più o meno. Un colpo di fulmine, una folgorazione.

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Elliott Smith – Either/Or

Francesco Amoroso per TRISTE©

È il senso di precarietà a pervadere ogni singola nota che esce fuori dai solchi degli album di Elliott Smith. Quel senso di precarietà con cui siamo costretti a fare i conti tutti i giorni della nostra esistenza.

Potrei fermarmi davvero qui. Perché dire qualsiasi altra cosa sulle canzoni di Elliott Smith e sui suoi album mi risulta, in qualche misura, difficile e doloroso. E inutile.

La sua voce indifesa e le sue fragili melodie, accompagnate alla difficoltà della sua vita e alla sua tragica, quasi inverosimile, fine, dicono già dell’artista americano più di quanto qualsiasi (sedicente) critico musicale potrebbe dire. Basta l’ascolto di pochi minuti di uno dei suoi brani per comprendere immediatamente che Elliott era, per dirla all’americana, The Real Thing.

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Galaxie 500 – On Fire

Francesco Amoroso per TRISTE©

Il 1989 è stato, per la mia “discoteca”, un anno di transizione. Da qualche tempo avevo un lettore cd e avevo cominciato ad acquistare quei costosi dischetti di plastica, resistenti, molto pratici e, all’epoca, così alla moda. Ma, appunto, visto il prezzo, la maggior parte dei miei acquisti musicali erano ancora gli (allora!) obsoleti vinili a 33 giri, con le loro copertine di cartone e i loro solchi delicati e altamente deperibili.

Così quando ho letto da qualche parte dell’uscita di un album degli sconosciuti americani Galaxie 500 dal titolo On Fire, seppur incuriosito dalle entusiastiche parole di qualche scribacchino anglosassone, non me la sono sentita di investire l’ingente somma richiesta per un cd e mi sono limitato ad acquistare un lp in vinile (non ricordo se all’epoca la parola vinile fosse così utilizzata: certamente non aveva il suono snob e hipster che ha adesso!).

La scelta si rivelò sbagliata. Quell’album divenne in brevissimo tempo un ascolto quasi quotidiano fino ad trasformarsi, a pochi mesi dal suo acquisto, in un pezzo di plastica gracchiante e pressoché inservibile.

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