
Francesco Amoroso per TRISTE©
Lo ammetto subito.
Ho un debole per Baxter Dury. Ce l’ho da sempre. O, per essere più precisi, da quando, ventuno anni fa, ho ascoltato per la prima volta, nella polverosa sede della Rough Trade (West) di Talbot Road a Ladbroke Grove, Oscar Brown.
Naturalmente, mentre l’ascoltavo, non sapevo cosa stavo ascoltando, ma ne ero stato così immediatamente colpito che, nonostante il mio inglese a dir poco zoppicante, mi sono arrischiato a chiedere al tipo dietro il bancone di cosa si trattasse.
Ho così scoperto (o, almeno, mi è parso di capire…) che era il singolo d’esordio di un artista che incideva proprio per l’etichetta Rough Trade e che il suo album d’esordio era quello che il solerte e affabile commesso mi porgeva.
L’acquisto, a scatola quasi chiusa, è stato, naturalmente inevitabile.
Allora non avevo collegato il cognome Dury a quello del famoso Ian: non sapevo che Baxter era proprio il figlio di colui il quale aveva scritto, tra le altre cose, l’iconica Sex And Drugs And Rock’n’Roll.
Ho finito per consumare Len Parrot’s Memorial Lift e ho, con il tempo, imparato a conoscere e ad amare Baxter Dury, il suo atteggiamento strafottente, la sua poetica che si muove tra sarcasmo e distaccata osservazione della realtà, le sue storie minime e i suoi personaggi spassosi, sordidi, insicuri, violenti, sbruffoni, l’umanità, insomma, che popola le sue canzoni. Ho amato la sua capacità di rimanere del tutto indefinibile, al di fuori di ogni genere, ogni scena, ogni combriccola e confraternita. Un outsider vero, uno che nel mondo della musica non è mai riuscito a trovare una sua collocazione, nonostante sia figlio più che legittimo di quello stesso mondo.
E’ stata probabilmente proprio questa sua idiosincrasia a qualsiasi classificazione, a impedire a Dury di raggiungere (con l’eccezione della Francia, dove -a quanto pare- è un idolo) quella che sarebbe stata una meritatissima fama e anche il mio amore e la mia attenzione sono stati, per lo stesos motivo, oscillanti e discontinui. Eppure, nel corso della sua ormai ventennale carriera, Baxter ha sfornato sei album di altissimo livello, sempre ispirati e mai ripetitivi, con vette come Happy Soup e The Night Chancers.
Nei suoi lavori il dialogo con l’ascoltatore è ininterrotto: che si tratti di raccontare le vite minime dei suoi personaggi o di rivelare qualcosa di se stesso, Dury è sempre generoso e coinvolgente, il suo non è mai un dialogo puramente interiore, ma si rivolge spesso esplicitamente al suo pubblico (“Baxter Loves You” era l’emblematico verso con cui si chiudeva The Night Chancers) e se lo coccola, tra battute al vetriolo, autoironia e cronache empatiche della vita dei diseredati e gli sconfitti.
Il suo nuovo album, tuttavia, porta questa tendenza al limite estremo: I Though I Was Better Than You è una sorta di vera e propria autobiografia in musica, una breve (non si arriva neanche alla mezz’ora) confessione in musica, una fotografia nella quale Baxter Dury, pur con il suo solito atteggiamento sarcastico e strafottente, si regala nudo e crudo all’ascoltatore.
Non è un caso che l’album si apra con il verso “Hey Mummy? Hey Daddy? Who am I? Who am I Mummy? Who am I?” e , più avanti, la sua risposta, secca, senza possibilità di replica è “I’m definitely a really budget nepo-baby”.
I Thought I Was Better Than You è, così, evidentemente, una sorta di colonna sonora e di estensione dell’autobiografia di Baxter uscita nel del 2021, Chaise Lounge.
Dopo aver provato a esorcizzare l’ingombrante ombra musicale del padre Ian per oltre vent’anni (sarà un caso che il suo primo album sia uscito solo dopo due anni dalla morte di Ian?), stavolta Dury decide che non ne vale più la pena e abbraccia il proprio retaggio, tanto che, a tratti, pare davvero di sentir emergere una versione aggiornata e decisamente meno working class di quello spirito ribelle e originalissimo (“Why am I condemned?/ ‘Cause I’m the son of a musician/ Because I don’t wash or you think I’m too posh“).
Ne nascono brani gustosissimi, nei quali Dury ripercorre la sua vita di adolescente privilegiato (“Daddy lives in St Tropez, what am I gonna say?“) ma disagiato (Crash, nella quale racconta di un incidente con un’auto fuori da un ristorante: “a snapshot of the irresponsible me now and still feeling like I don’t fit in and that nothing changes”), membro di una famiglia ricca ma disfunzionale (Celebrate Me, definita dallo stesso autore come “A stream of consciousness rant about being predictably bohemian, west London-ish and attention seeking”), che tenta di tirare fuori la propria individualità all’ombra di un padre famoso, con la sensazione di essere, invece, un fallimento (Shadow).
Incontriamo così episodi vividi e sommamente divertenti -ma assolutamente deprecabili- di un’infanzia e di un’adolescenza fuori dal comune. In Pale White Nissan (e nella precedente e scintillante Aylesbury Boy) Dury racconta di essere stato accompagnato alla snobissima scuola privata che ha frequentato brevemente dal gigantesco scagnozzo di un noto trafficante di droga e dalla sua fidanzata Tricksy, in Leon di quando è finito in prigione per un furto commesso da un compagno di classe: “Fuck you Leon, you stole the sunglasses and I got busted/ I’m the son of a famous working class poet who knows/ But mumma’s normal she’ll solve the issue/ She’ll call the police and get off with it/ I’ll go back to school and everything will be normal/ Porridge in the morning and be normal“).
I Thought I Was better Than You è il racconto personalissimo (ma che riesce a essere a tratti universale, perché non serve essere il figlio di Ian Dury per provare la sensazione di essere inadeguato) di un ragazzo affetto da una sorta di claustrofobia sociale (Crowded Rooms) che si sente un outsider anche tra gli altri outsider.
E’ un sollievo, quindi, ascoltare in chiusura la delicatissima Glows, una ballata acustica (!) nella quale Baxter, finalmente, sembra venire a patti con se stesso e la propria esistenza. affrontando a testa alta l’ombra di Ian e così facendo esorcizzandola, anche grazie alla presenza di suo figlio, Kosmo, che collabora e canta sul disco. Baxter è finalmente sicuro e consapevole che il peso che ha dovuto sopportare non verrà scaricato sulla sua progenie: è una sorta di quadratura del cerchio, la ciliegina su una torta sfavillante ma che spesso lascia un retrogusto amaro. .
Caratterizzato da ritmi funky, passaggi quasi rap, scintillanti voci femminili che prendono il sopravvento -spesso lasciando all’inconfondibile borbottio sprechgesang dal marcato accento cockney di Baxter solo pochi versi- e da un’inventiva sonora che lo porta a spaziare dall’hip-hop al folk ( “It reflects the kind of music I was listening to back then. Me and my mates weren’t indie kids. We were graffiti boys with colourful shoelaces and boomboxes listening to Afrika Bambaataa and smoking loads of weed.”), I Thought I Was Better Than You risulta l’opera più eclettica e ambiziosa di Baxter.
Abituato a indossare una maschera e a raccontare mille diversi personaggi, stavolta Baxter Dury racconta pienamente se stesso, e lo fa a modo suo, con il suo linguaggio peculiare e con il suo accento inconfondibile. E il risultato è irresistibile, il vertice di una carriera forse vissuta all’ombra di un grande genitore, eppure, a suo modo, straordinaria. Lo ribadisco: We Love You Baxter!
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