Kathryn Joseph – For You Who Are The Wronged

Peppe Trotta per TRISTE©

Il dolore sa essere un innesco prepotente capace di scardinare qualsiasi forma di resistenza applicata alla necessità di raccontare, di affrontare se stessi e offrirsi agli altri. Ne è ben consapevole Kathryn Sawers la cui carriera musicale – che sarebbe potuta iniziare ben prima – ha preso l’avvio proprio a partire da un momento di rottura, da quella che è l’assenza più difficile da accettare per una madre. Assunto come cognome d’arte il nome del figlio perduto, l’artista scozzese ne ha affrontato la morte condensando i suoi sentimenti in un disco d’esordio intenso – premiato nel 2015 come Scottish Album Of The Year – incentrato sul connubio essenziale di voce e pianoforte.

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Barzin – Voyeurs In The Dark

Francesco Amoroso per TRISTE©

Credete sia possibile scindere l’arte dall’artista che la crea? Che si possa ammirare un dipinto di Picasso pur conoscendone il suo atteggiamento nei confronti delle donne? Che si possa continuare ad adorare l’opera degli Smiths, pur consci delle posizioni politiche prese da Morrissey negli anni più recenti? Che si possa continuare a considerare Kevin Spacey un grande attore, nonostante le accuse molto gravi che gli sono state rivolte?
L’operazione di separare il prodotto artistico dal suo produttore è diventata, negli ultimi anni, sempre più complessa e rileggere l’opera di un artista alla luce delle mancanze e dei difetti del suo autore sembra ormai quasi una necessità (non è neanche infrequente leggere che questo o quel musicista rock fosse un grande artista NONOSTANTE facesse uso di droghe…).
Non è facile prendere una posizione netta su questa questione e mi capita sempre più spesso di sentirmi in difficoltà ad apprezzare l’opera di qualcuno che umanamente detesto.

Per fortuna, poi, esistono artisti come Barzin.

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Chris Brain – Bound To Rise

Francesco Amoroso per TRISTE©

Negli ultimi mesi, su queste pagine virtuali – ma anche su quelle reali e tangibili della rivista musicale con cui collaboro – mi sono occupato di alcuni album che hanno avuto una grande risonanza mediatica e un notevole riscontro commerciale e che, probabilmente, lasceranno un segno nelle cronache musicali del 2022 (e, magari, qualcuno di loro, sarà ricordato anche negli anni a venire).
Questo ha comportato che, nell’analizzarli, dovessi tenere conto oltre che dell’aspetto strettamente musicale e artistico degli stessi, anche del loro rapporto con la cultura, la società e le tendenze entro le quali queste creazioni artistiche sono state prodotte.
Non me ne lamento, ma mi sento più a mio agio quando posso concentrarmi sulla musica e sulle sensazioni che essa suscita in me. In fondo non sono altro che un appassionato di musica e ho titolo solo per tentare di trasmettere, attraverso le parole, ciò che la musica mi fa provare.

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CMAT – If My Wife New I’d Be Dead

Giacomo Mazzilli per TRISTE©

É passato talmente tanto tempo dall’ultima volta che ho scritto qualche riga, che non so nemmeno più quale sia il template che dovrei utilizzare. But I left you overnight, I left you overnight …
Di questa finestra temporale, durata esattamente 4 anni (il mio ultimo post risale al 2018, per un disco meraviglioso), ho qualche immagine nella testa: il pomeriggio temperato in cui visitai il cristo velato, la mia collezione di vinili, il freddo pomeriggio in cui mi precipitai a casa per vedere per la prima volta mia figlia, l’evoluzione nei gesti e nelle parole di mio padre. But who needs God when I have Robbie Williams?

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Jeanines – Don’t Wait For A Sign

Francesco Amoroso per TRISTE©

Ammettiamolo, con noi stessi prima che con chiunque altro: la vita, in alcuni periodi, riesce a essere piuttosto monotona.
L’autunno e l’inverno, con il loro grigiore, la loro routine, la pioggia, il fiume di auto che invade le strade, la sera che scende fin troppo presto, il risveglio sempre alla stessa ora, può risultare davvero difficili da sopportare.
E’ in momenti come questi che sarebbe utile avere almeno uno sprazzo di vitalità, un momento di luce, un gesto che illumini la giornata. Anche un solo minuto di improvvisa, magari inaspettata, vitalità, qualcosa, che, per una manciata di secondi, ci tiri fuori dal tran tran quotidiano.
Perché mi dilungo con queste elucubrazioni piuttosto banali e superficiali? E’ presto detto. Lo faccio perché ogni volta che ascolto una delle canzoni del nuovo album dei Janines, Don’t Wait For A Sign, è come se fossi colto da una piccola scossa.

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