Holy Motors – Horse

Francesco Blasilli  per TRISTE©

Questo disco è struggente, perché in questo disco c’è tutto quello che non possiamo avere adesso.
Le praterie dove allungare il nostro sguardo fino all’orizzonte. La libertà di correre a perdifiato. L’aria talmente pura da diventare rarefatta.

“Horse” è un disco folk che evoca talmente bene il suo titolo che dopo due canzoni ti immagini a cavallo, anche se a cavallo non ci sei mai stato.
E, udite udite, sono talmente distratto che non mi era accorto che il disco si intitolasse proprio “Horse”.

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Better Person – Something To Lose

Francesco Giordani per TRISTE©

Periferia ed esclusione. Sono questi i primi due concetti che mi balenano sempre alla mente quando si parla di “rock”, entrambi peraltro intimamente intrecciati, e non è affatto un caso, ad un’idea del “fuori”. Si tratta di un discorso complesso da svolgere e sistematizzare, me ne rendo conto, che richiederebbe ben altro tempo e strumenti d’indagine più aguzzi di quelli offerti da un elzeviro fuggitivo.

Tuttavia, almeno agli occhi di chi scrive le righe che state leggendo, questi due elementi, periferia ed esclusione, quando si ragiona di rock, dovrebbero sempre esser tenuti in primo piano, ad individuare il nucleo “originario” della questione. Se il rock è una forma d’arte e di vita, lo è nella misura esatta in cui essa è periferica e “minore”. Di una minorità che non aspira a farsi egemone ma che rimane in qualche modo eterodossa, dissonante, straniera anche a sé stessa. Che rimane, come direbbero gli Inglesi, outsider.

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Jessica – The Space Between

Francesco Amoroso  per TRISTE©

Quando ero bambino viaggiare non era una cosa così scontata come oggi (o, almeno, come è stato fino a febbraio del 2020). Fare lunghi viaggi intercontinentali era un sogno che non tutti riuscivano a realizzare e molti neanche a concepire.
Personalmente, non ho mai capito veramente il perché, il mio viaggio dei sogni è sempre stato verso l’Australia: mi affascinavano, credo, gli spazi immensi, il fatto che ci fossero territori ancora inesplorati, i canguri, i coccodrilli e il diavolo della Tasmania.

Col tempo, poi, ho cominciato a scoprire di più su quella immensa e per noi lontanissima nazione: una terra vasta, inospitale e affascinante, popolata dai discendenti di ex galeotti, scenario perfetto per epopee epiche e racconti di frontiera, per emozioni forti e paure ancestrali.
E, inevitabilmente, ho imparato ad apprezzarne anche la musica, tanto che molti dei miei idoli musicali di allora provenivano proprio da down under (Nick Cave, i Go Betweens e i Triffids, per citarne solo alcuni).

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King Hannah – Tell Me Your Mind And I’ll Tell You Mine

Francesco Amoroso  per TRISTE©

Quando ho ricominciato a fare radio per la prima volta dall’avvento di internet (tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei 90 la situazione era decisamente differente) ho preso l’abitudine di passare molto tempo in rete alla ricerca di band e artisti sconosciuti o all’esordio, da passare nella mia trasmissione.

Era, naturalmente, un modo per avere sempre contenuti freschi e non scontati, ma anche una buona scusa per scoprire cose nuove prima che ci arrivassero gli altri (e potermene, magari anche solo tra me e me, vantare un po’).
L’abitudine è divenuta così radicata che anche adesso che non frequento le radio da un po’, continuo a cercare e ascoltare band nuove, brani di artisti all’esordio, proposte musicali che arrivano da etichette e webzine di cui ho imparato a fidarmi.

Ogni tanto arriva il colpo di fulmine. Con Crème Brûlée dei King Hannah è andata esattamente così.

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The Reds, Pinks and Purples – You Might Be Happy Someday

Francesco Amoroso  per TRISTE©

La possibilità che tutti potreste essere felici un domani è, tutto sommato, un’ipotesi che, di questi tempi, suona davvero come molto ottimistica.
E’ il segno dei tempi.
“You Might Be Happy Someday”: un titolo del genere, solo qualche mese fa, sarebbe suonato come l’ennesima dichiarazione triste e deprimente, un manifesto “miserabilista”, uno slogan da scrivere sulle magliette portate da giovani troppo autoironici, dal volto cupo e dallo sguardo sempre rivolto verso terra.

Ora, invece, la sola idea che, magari non subito ma prima o poi, in un futuro non necessariamente troppo lontano, potremmo arrivare a essere felici (anche se solo per un po’) sembra quasi essere un esercizio di ottimismo della volontà.

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