Bedouine – Waysides

Francesco Amoroso per TRISTE©

Così è il passato, quasi sempre, qualcosa che non è più e di cui non rimane che una scia di parole“. E di suoni, aggiungerei, forse presuntuosamente, per chiosare le parole che Héctor Abad Faciolince, scrittore colombiano, spende nell’introduzione al suo delizioso Una Poesia In Tasca.
Una scia di parole e suoni è quello che il passato lascia nella mente, soprattutto, di chi non ha una memoria di ferro.
I ricordi passano, ma le sensazioni, il più delle volte, restano, persistenti e pervasive e a volte guardare al passato e riappropriarsene è l’unico modo per poter andare avanti.

Sono certo che Azniv Korkejian, che ha scelto come nome d’arte Bedouine, abbia condiviso questo punto di vista, quando ha deciso di riprendere in mano e infondere nuova vita a una manciata di canzoni che aveva scritto anche prima del suo album d’esordio omonimo del 2017, ma che, per qualche motivo, non aveva mai pubblicato.

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French For Rabbits – The Overflow

Peppe Trotta per TRISTE©

Le ragioni per cui ci si sente particolarmente legati ad un artista o una band a volte non sono circoscritte al solo fattore musicale. Per ognuno di noi esistono canzoni – ma anche interi dischi – che sono testimonianza indelebile di un frammento di memoria o specchio di interi periodi della vita, associati ad una persona cara oppure rappresentano la colonna sonora di un importante momento di svolta.
Come ho già avuto modo di ricordare in occasione dell’uscita di The Weight of Melted Snow, uno dei tanti motivi che mi rende caro il sound dei French For Rabbits è che il loro esordio sulla lunga distanza è coinciso con il mio debutto alla scrittura per TRISTE©.

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Grand Drifter – Only Child

Francesco Amoroso per TRISTE©

It’s Ok To Cry.

A volte, ascoltando un album, ho la sensazione che, con un po’ di concentrazione, riuscirei a indovinare con una certa accuratezza la collezione di dischi del loro autore, purché, naturalmente, le canzoni e gli arrangiamenti rispecchino in maniera genuina e sincera l’animo di chi le ha scritte.

Se dovessi fare un esperimento del genere con artisti (?) mainstream e superprodotti, tutt’al più, potrei capire a quali fonti hanno deciso di attingere, quale genere o filone musicale vogliono seguire, ma dubito che comprenderei i loro personali gusti musicali, le canzoni che fanno battere il loro cuore.
Con un artista come Andrea Calvo, in arte Grand Drifter, invece, sono convinto che difficilmente potrei sbagliarmi.

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(Make Me a) TRISTE© Mixtape Episode 48: Shoestrings

Shoestrings

Shoestrings is Mario and Rose Suau, a husband and wife duo, from the northern suburbs of Detroit, Michigan. Shoestrings was formed as a true bedroom pop project in the mid-90s when the two were in college. For Mario and Rose, their primary intent for starting a band has always been to write, record, and produce memorable songs with relatable, heartfelt sentiment. The Shoestrings aesthetic is a meticulously-crafted filigree of washy guitars, soft synths, pensive vocals, and thoughtful lyrics.
After releasing their debut album, Wishing On Planes, and appearing on several notable indie compilations, Mario and Rose took a long hiatus to evolve their production skills and to pursue other music projects.
This fall, Shoestrings resurfaced with their long-awaited sophomore album, Expectations. Sonically, the album draws on several genres: indie pop, dream pop, shoegaze, and sophistipop to create their own matured, distinctly sensitive sound. The collection of songs is a delicate and wistful reflection on past events and lessons learned.
The album is released by Shelflife Records (North America), Discos de Kirlian (Europe), and Fastcut Records (Japan) and it’s magnificent!

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Nation of Language – A Way Forward

Francesco Giordani e Francesco Amoroso per TRISTE©

F.G. Carissimo Francesco A.,
ti scrivo perché è successo di nuovo. L’anno scorso furono i Choir Boy. Quest’anno i Nations of Language. Uno dei più intrinsecamente inglesi fra i “generi” musicali, ovvero il synth pop, trova in America una band in grado di iniettare nuova linfa vitale nelle sue fibre sonore logorate dai decenni.
La cosa mi sorprende non poco: in un Regno Unito sempre più intrappolato da demoni e ataviche paure, le giovani indie-band (con qualche più che discreta eccezione, ultima in ordine di tempo i W.H. Lung, per fare un nome) si lasciano sedurre da sbocchi noise-hardcore o arditi avanguardismi con un che di informale/concettuale, eleggendo a spirito guida la più americana (e dissonante) della band post-punk britanniche, vale a dire i Fall.
Come se da quelle parti si fosse smesso di credere nel potere redentivo della grande melodia, nella forza luminosa del grande melodramma pop, nella gloria universale dei ritornelli e delle “arie” scolpite nell’eternità.

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