The Coral – Coral Island

Francesco Giordani per TRISTE©

Diciamocelo con tutta franchezza. In tempi come questi, sono spesso belle, anzi bellissime, anche le cose che non ci sorprendono. Proprio perché non ci sorprendono, aggiungo subito, perché non cambiano, restano come le ricordavamo, esattamente nel posto in cui le avevamo lasciate.

E se mi è sinceramente difficile raccontarvi la gioia tutta personale provata nel ritrovarmi in un cinema a guardare la solita dolceamara, prevedibile, del tutto pleonastica e dunque anche indispensabile commedia di Woody Allen, più facile mi è condividere la felicità di sapere i Coral, dopo venti anni esatti dal singolo d’esordio, ancora vivi, ancora fecondi e, cosa che più conta, ancora capaci di scrivere una delle opere più belle e pittoresche della loro intera discografia.

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Will Stratton – The Changing Wilderness

Francesco Amoroso  per TRISTE©

If you listen closer than you ever have before
With renewed attention, the kind hard to ignore
In between the signal and the gulf of present noise
Maybe there’s a sign, maybe there’s a sign
Maybe there’s a sign we can’t avoid

Mi domando spesso quale sia il senso del mio attuale rapporto con la musica, quando questo rapporto – che ho con lei da almeno 35 anni (ma, probabilmente, in maniera meno cosciente, da tutta la vita, visto che ho ricordi vividi che coinvolgono la musica che risalgono alla mia primissima infanzia) – sia cambiato e come sia cambiato.

Con tutta la musica nuova che ascolto ogni giorno, come posso ancora godermela? Come posso creare con le uscite attuali lo stesso legame che ho con quelle del mio passato, più o meno recente, quando i “dischi” di allora li ascoltavo centinaia di volte, approfondendone ogni aspetto, conoscendo vita (morte, qualche volta) e miracoli degli artisti che la suonavano, mentre gli album attuali mi accompagnano spesso per pochi giorni, qualche mese al massimo, e spesso li ascolto distrattamente, sommersi dai suoni e dai rumori della quotidianità?

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Dinosaur Jr. – Sweep It Into Space

Emanuele Chiti per TRISTE©

C’è stato un momento nella storia, circa venti anni fa, in cui ai miei occhi sembrava che se una band nata e cresciuta tra gli anni ’80 e gli anni ’90 e che avesse avuto come trademark il suono delle chitarre distorte (cioè il suono che un sedicenne poteva associare a quel periodo lì come sintomo di musica “di qualità”, e fa tenerezza come cosa ma così era) e che non avesse fatto il grande salto verso questi nuovi suoni e mood provenienti da altre sfere (insomma quel mondo vago fatto di Massive Attack, Aphex Twin e Orb che avevo in testa all’epoca, i suoni “del futuro”, chiamiamoli così) sarebbe stata de facto una band fallita e decotta.
Fica da vedere dal vivo magari, ma non c’era nulla di progressivo e futuristico ai miei occhi, ancora la chitarra, il basso, la batteria, le distorsioni, il pogo, e basta no, metticelo quel campionamento, quel breakbeat, chiama quel DJ di grido e basta.
Colpa di Adore, di Kid A e anche Trent Reznor ci ha messo del suo. Eravamo la nuova generazione, di pochissimo post generazione X, e pretendevamo qualcosa di più. Il futuro.

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Barbarisms – Zugzwang

“I could have done
something great for mankind but I had too much to prove
to anyone who ever looked at me sideways”

Nicholas Faraone – “Clean Evil”

Vieri Giuliano Santucci per TRISTE©

La sensazione di aver sprecato tempo o qualità è cosa comune: la paura di stare sbagliando tutto – proprio in questo istante – può assalire nei momenti più impensati.

Se a volte non è che l’apice di un periodo di difficoltà, il culmine dello sconforto, in altri momenti questa sensazione può essere la molla per ripartire: abbandonare il passato, affrontare il presente e confidare nel futuro (semicit. da Guido Morselli).

Oppure la constatazione, più terra terra, che semplicemente “Somethings do trouble a man’s mind // other things turn out fine”.

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Mt Went – Sheltering Sky / Lit Way Down

Peppe Trotta per TRISTE©

Quale importanza può avere un archivio?
Direi che non esiste una risposta univoca a questa domanda. Può trattarsi semplicemente di un accumulo di cose inutili, di tracce conservate senza mai essere recuperate. A volte però in esso si ritrovano frammenti troppo velocemente accantonati, piccole gemme che forse erano state osservate da una prospettiva inadeguata.

Mi rendo conto di questa ambivalenza ogni volta che accedo all’hard disk in cui conservo migliaia di foto scattate negli ultimi tre lustri, un labirinto in cui galleggiano tanti scatti inutili ma dal quale a volte estraggo sprazzi di racconti che meriterebbero di essere ripresi e portati a termine.

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