Keaton Henson – Monument

Peppe Trotta per TRISTE©

La bellezza non sempre fa spettacolo, a volte è malinconica, sussurrata, incerta. A volte inizia dentro di noi come un anelito a chissà cosa, come una domanda confusa, e poi si fa ritrovare fuori, e sembra la stessa domanda che è diventata parte della realtà.

In queste poche righe estratte dal suo “Isole – Guida vagabonda di Roma”, Marco Lodoli esprime con abbagliante efficacia come il bello possa annidarsi ovunque e sorprenderci in modo totalmente inatteso. Non soltanto apparire  evidente  lì dove siamo abituati a cercarlo, ma trovarsi immerso nell’ombra di un angolo discreto, nascosto in attesa che qualcuno o qualcosa lo riveli. E tra questi antri oscuri si annovera anche il dolore di un’anima che soffre, sentimento profondo e travolgente che a volte riesce a divenire fertile linfa da cui estrarre cristallina poesia. Un’elegia delicata e dolente capace di incantare e coinvolgere, così come accade ascoltando il nuovo, ispirato lavoro di Keaton Henson.

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James Blake – Before

Carlotta Corsi per TRISTE©

Per me scrivere è diventata una cosa non sono naturale, ma anche fondamentale.
Da tempo ho notato che per nutrire bene le mie parole e le mie strofe, spesso, ho bisogno di attraversare un po’ di tristezza, un po’ di blue e, di certo, ne ho sempre avuti a volontà di questi momenti, forse talmente tanti che l’abitudine mi ha portata in qualche occasione a provocarmi un po’ di solitude estate, cosicché da riuscire a fluire nel modo più ricco possibile i miei pensieri in lettere.

Mi ci sono un po’ persa e tante paure, insicurezze, si sono annidate troppo bene e, da quando sono più serena e felice credo di aver perso la Sexton in me.
E sì, sono così spaventata a volte nell’essere tanto felice quanto lo sono ora, che mi sforzo di dire che le cose tutto sommato potrebbero andare meglio. “I’m not the sum of all my worries / And I’m not the sum of yours /I’m not the summer of 2015/ But I can be the summer of now” ed ecco che James Blake non solo mi scioglie quel groviglio di nervi che porto 24/24 ma anche quella piccola nuvola nera sul cuore.

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Angel Olsen – Whole New Mess

Francesco Amoroso per TRISTE©

Non importa quanto ti allontani. Prima o poi, è inevitabile, devi tornare a casa.

Mi capita spesso di pensare alla parabola artistica di tanti musicisti che amo e apprezzo, alla loro gavetta, a volte lunga, altre infinita. Ai sacrifici che fanno e ai compromessi che devono accettare per arrivare a essere ascoltati (e, sovente, anche solo per sopravvivere).
Alle scelte che ne condizionano la carriera. Ai rifiuti o ai colpi di fortuna che possono cambiare la loro storia.

Mi capita di fare certi ragionamenti anche quando penso ad Angel Olsen, artista che ho amato follemente ai tempi delle sue prime uscite e che, album dopo album, ho cominciato a sentire sempre più lontana da me.
Per lungo tempo ho pensato che, prima con “My Woman” e le sue canzoni piene di ritmo e chitarre elettriche e poi, in maniera ancora più eclatante, con le tastiere e gli arrangiamenti orchestrali di “All Mirrors” avesse in qualche modo tradito le mie aspettative, sterzato bruscamente, lasciando me, suo ammiratore della prima ora, alle spalle, per inseguire una visibilità e un successo che il folk scarno e quasi ascetico degli esordi non le avrebbero mai permesso di raggiungere.

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Private World – Aleph

Francesco Giordani per TRISTE©

L’anno musicale volge inesorabilmente al suo autunno, il che, per un album così crepuscolare come Aleph, è un gran bene. Difficilmente i mesi che ci attendono potranno infatti avvolgersi in stoffe musicali più pregiate di quelle che i Private World hanno quasi maniacalmente ricamato.

La band synth-pop guidata dai raffinati esteti gallesi (di Cardiff) Tom Sanders e Harry Jowett, ha dipinto un album dal fascino sottile, sofisticato e malinconico, che va ad occupare, nella mente bislacca di chi scrive, il quarto vertice di un ideale quadrilatero sonoro che poggia i restanti piedi sugli esordi di Nation of Language e Westerman (recuperate il suo notevole Your Hero Is Not Dead) e sul bellissimo Gathering Swans dei Choir Boy, da noi già lungamente elogiato.
Progetti che peraltro, vuoi per l’anno maledettamente bisestile vuoi per una sempre più irreversibile disaffezione/distrazione del pubblico “alternativo”, hanno raccolto davvero troppo poco rispetto alla qualità (ingente) messa in campo.

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Olec Mün – Reconciliation

Peppe Trotta per TRISTE©

Ripercorrere il passato alla ricerca delle proprie radici è un atto mai semplice eppure estremamente importante per comprendere se stessi e per capire da cosa scaturisce il proprio presente.
È una ricerca intima che spesso viene trattenuta, assorbita per essere gelosamente custodita.
Ma non sempre è così.
A volte, per ragioni diverse, si avverte la necessità di condividere le sensazioni derivanti da tale opera di scavo interiore e ci si ritrova a dover scegliere il mezzo a noi più affine per farlo. Marcelo Schnock alias Olec Mün ha scelto la musica, suo linguaggio d’elezione.

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