White Flowers – Day By Day

Francesco Amoroso  per TRISTE©

Nelle ultime settimane mi è capitato di intervistare artisti giovanissimi, intorno ai vent’anni.
Ciò che, conversando con loro, mi ha colpito di più è stato che, nonostante ci separino almeno un paio di generazioni (e svariate ere musicali), i nostri riferimenti non erano affatto così distanti.
La musica ha, spesso, anche la grande capacità di superare le differenze: che siano di età, di ceto o di genere, di fronte alla musica ci scopriamo tutti uguali e capita che i punti di riferimento di un ventenne e di un cinquantenne possano essere simili.
Del resto capita di recente che vadano per la maggiore band di ventenni che si rifanno a stilemi musicali considerati vecchi e stantii già dai loro nonni…

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Kings Of Convenience – Peace Or Love

Francesco Amoroso  per TRISTE©

Con estrema cautela – e nel pieno rispetto delle normative vigenti – da qualche giorno sto provando a riprendere una vita sociale che abbia una parvenza di normalità.
Ieri ho incontrato dal vivo alcune delle persone che hanno condiviso con me le lunghe serate del lockdown, aggrappate allo schermo di un pc, con la voglia di non perdersi di vista, con la necessità di aprirsi comunque, anche e soprattutto in momenti così difficili, al mondo e al prossimo.

Quella che in altri momenti sarebbe stata una serata banalmente piacevole, una semplice consuetudine che si rinnova, è stata, invece, un’esperienza emozionante. Il ritrovarsi, il sentirsi a proprio agio (chiaramente dopo qualche necessario momento di assestamento), il condividere cibo e pensieri, sono state situazioni e sensazioni che mi hanno riempito di gratitudine, di calore, di gioia, pacata ma pur sempre gioia, esperienze che, almeno nell’ambito dei rapporti umani, era da un po’ che mancavano.

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The Lounge Society – Silk For The Starving

Francesco Amoroso  per TRISTE©

Ricordate in che periodo Margaret Thatcher è stata primo ministro inglese?
Dal 1979 al 1990. Prima di lei era stato in carica James Callaghan, leader labourista è vero, ma responsabile del famoso inverno del malcontento.
Insomma nell’ultima parte degli anni 70 e fino alla fine dei 90 (dopo la Lady di Ferro, per sette anni è stato in carica il primo ministro John Major) la Gran Bretagna ha attraversato uno dei periodi più difficili e conflittuali della propria storia recente.

Che cosa ha a che fare tutto questo con la musica, argomento di cui, di solito, si parla su queste “pagine”? Pensateci.
Il periodo dalla fine degli anni 70 alla fine dei 90 è stato per la Gran Bretagna uno dei momenti di maggiore creatività musicale e di maggiore coinvolgimento dei musicisti nella società e nella politica. Non è un caso che la nascente scena Punk sia esplosa proprio allora.
La creatività è spesso una reazione a un periodo di crisi, la rabbia sfocia nella violenza, ma, spesso, anche nell’arte.
Inutile elencare i nomi delle band che hanno calcato le scene in quel periodo, così oscuro per la società inglese eppure così prolifico e fondamentale per la musica.

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Wolf Alice – Blue Weekend

Carlotta Corsi per TRISTE©

Ricordo che da piccola facevo spesso brutti sogni, non mi piaceva stare in camera da sola e quindi durante la notte spuntavo in camera dei miei per chiedere alla mamma come farli finire e ricordo che lei mi diceva sempre “pensa a cose belle”. 
Ultimamente mi era parso di vivere una situazione dove la realtà combaciasse esattamente con alcune delle esperienze dei miei incubi, con la differenza che pensare alle “cose belle” non mi avrebbe aiutata questa volta.
Il diventare adulti senza esserlo fino in fondo e senza averlo accettato del tutto è quello che un po’ distrugge alcune delle mie notti.

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Easy Life – Life’s A Beach

Francesco Giordani per TRISTE©

Sono giorni confusi e la musica certo non mi aiuta ad essere lineare come vorrei. I giorni mi si aggrovigliano irrimediabilmente, scivolando dalle dita che pure cercano di scioglierne tutti i nodi e le doppie o triple punte.

Mi ritrovo a vagabondare come un’anima in pena di disco in disco, prigioniero dell’algoritmo volubile della mia mente capricciosa, tra inevitabili “ricaccioni” (Ultra Mono degli Idles, che mi si conferma a distanza di mesi album avarissimo di colpi di scena, al contrario del formidabile Welfare Jazz), classici irrinunciabili (Loveless, la Deluxe di Back to Black nell’imminente decennale della morte di Amy, l’omonimo dei Suicide che è sempre un ottimo ansiolitico serale soprattutto se diluito in un amaro benedettino), vecchi leoni poco impagliati (Paul Weller o il grandissimo Momus) e abbaglianti quanto consolanti scoperte.

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