Complete Mountain Almanac – Complete Mountain Almanac

Francesco Amoroso per TRISTE©

Sarà una questione anagrafica, ma a me la parola Almanacco fa venire in mente solo una cosa: l’Almanacco del Giorno Dopo. era un programma “preserale” (dubito che allora si usasse questo termine, comunque) che iniziava con con l’indicazione delle effemeridi del sole e della luna, cioè dell’orario in cui sarebbero sorti e tramontati il giorno successivo, seguite dal santo del giorno e dalla rubrica “Domani avvenne“, con filmati storici, dedicati a un fatto accaduto in passato nel giorno dopo.
L’Almanacco del Giorno Dopo, con la sua sigla, le sue rubriche sempre uguali e dal sapore lontano di Italia rurale e bigotta, mi facevano sentire al sicuro e ora, inevitabilmente, mi rimandano a un passato idilliaco (naturalmente solo immaginato e non vissuto, visto che stiamo parlando degli anni di piombo…).
Sento la parola Almanacco e mi sento rasserenato.

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Gaz Coombes – Turn The Car Around

Francesco Giordani per TRISTE©

Ripenso agli anni 90, con le pupille ancora foderate dei fotogrammi malinconicamente opalescenti, crepuscolari di Aftersun, mentre da Spotify fa capolino la copertina del disco d’esordio degli Italia 90 -competizione di cui serbo un unico ma assai preciso ricordo: la statuetta di Gianluca Vialli, in equilibrio su una gamba sola, “pietrificato” in icona portatile giusto un attimo primo di calciare un pallone già destinato alle rete. Qualcuno, per qualche motivo, mi regalò quella statuetta comprandola all’interno del policlinico Gemelli di Roma, forse mentre aspettavo di far visita a mia nonna, da poco operata (peraltro proprio alla gamba).

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Rozi Plain – Prize

Francesco Amoroso per TRISTE©

E’ disdicevole affermare che, nonostante questo album mi abbia colpito, anzi nonostante ne sia rimasto affascinato fino al punto di caderne innamorato, non sia riuscito a trovare mai il bandolo della matassa e le parole giuste per spiegare le sensazioni e i sentimenti che il suo ascolto mi suscita?
Quando anche fosse disdicevole e per quanto questa affermazione possa sminuire la (già scarsa) credibilità che, con anni di appassionata scrittura, potrei essermi costruito (nell’ambito di una platea sicuramente ristretta), non posso fare a meno di ammettere che ho difficoltà a trovare le parole per spiegare perché Prize, il quinto lavoro della musicista di Bristol Rozi Plain (nome d’arte di Rosalind Leyden), già collaboratrice di This Is The Kit e autrice, nel 2019, del magnifico What A Boost, sia uno degli album che più amo in questo momento e perché non riesca a smettere di ascoltarlo.

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Belle And Sebastian – Late Developers

Francesco Amoroso per TRISTE©

Demand me nothing. What you know, you know.
From this time forth I never will speak word.

(W. Shakespeare: Othello: Act 5, scene 2)

E’ più che probabile che non capisca nulla di musica. Mi sta bene e non contesterò alcuna eventuale affermazione in tal senso.
Ma mi sento di dire che capisco le persone. O meglio: ho la sensazione di capire se una persona è sincera e genuina o finta e calcolatrice. Credo di avere una certa sensibilità in questo campo e sarei pronto a mettere la mano sul fuoco sulla sincerità di uno come Stuart Murdoch.
E’ per questo (oltre al mio grande amore per loro) che, alle prime reazioni scomposte seguite all’uscita (a sorpresa) del nuovo singolo dei Belle And Sebastian (I Don’t Know What You See In Me, scritto con Wuh Oh, nome d’arte del producer e compositore scozzese Peter Ferguson), l’ho davvero presa sul personale e la mia prima reazione è stata quella di non dire una parola sull’argomento. Facciano loro, sanno quello che sanno.

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James Yorkston, Nina Persson And The Second Hand Orchestra – The Great White Sea Eagle

Francesco Amoroso per TRISTE©

Come per tutti c’era stato un tempo in cui la bellezza era entrata in lui senza fare anticamera, ma tutto questo era stato nell’altra vita, quella in cui si è innocenti e si può credere a tutto, prima di scoprire che la bellezza nasconde sempre qualcosa di irrimediabile.
(Davide Longo – Il caso Bramard)

Qualche giorno fa, nella libreria fornitissima di una casa che frequento (purtroppo) troppo saltuariamente, mi sono imbattuto in un titolo, Il Mito della Bellezza, che ha attirato la mia attenzione.
Forse perché vado blaterando, ormai da tempo immemore, della necessità della bellezza e della sua capacita di curare (o, quanto meno, lenire) i mali e le storture di questo mondo, leggendo, seppur molto superficialmente, la quarta di copertina di quel saggio (che è stato scritto oltre trenta anni fa e ha rappresentato, all’epoca, un testo fondamentale per il movimento femminista), mi sono chiesto se questo continuo richiamo alla bellezza non richieda qualche chiarimento, perché, effettivamente, la parola bellezza, in sé, vuol dire poco e spesso è utilizzata solo per designare l’avvenenza fisica che, benché sia ampiamente utilizzata in letteratura (e nella musica “leggera”) come esaltazione della persona amata, finisce per essere un’ulteriore forma di discriminazione, della quale non si sente, francamente, alcun bisogno.

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