Sigur Rós – Átta

Francesco Amoroso per TRISTE©

“At least God never showed his face in Iceland. Olie tells me it wasn’t even created by him. No wonder it’s the most peaceful country in the world.”
(Hallgrímur Helgason – The Hitman’s Guide to Housecleaning)

Ricordo con grande nitidezza la prima volta che ho ascoltato una canzone dei Sigur Rós: doveva essere l’inverno del 1999 e, sui soliti giornali musicali inglesi avevo letto di questa strana band di islandesi che cantava in una lingua incomprensibile e aveva titoli assurdi e impronunciabili. Così, alla prima occasione utile mi ero recato dal mio spacciatore di fiducia e avevo chiesto al buon Giuliano di farmi ascoltare qualcosa dei Sigur Rose.
Lui mi aveva subito corretto e mi aveva mostrato il singolo d’esordio della band islandese per l’etichetta inglese Fat Cat: Svefn-g-englar, precisando che, seppure conoscesse la pronuncia del nome della band, non aveva alcuna idea di come si pronunciasse il titolo della canzone.
Nel frattempo le note del lungo brano che apriva e dava il titolo all’E.P. avevano cominciato a invadere il piccolo negozio.

Da allora, per mesi, non feci che ascoltare a ripetizione quell’e.p. e il successivo singolo Ný Batterí e, appena fu finalmente disponibile anche in UK (e, di conseguenza, anche qui in una remota provincia dell’impero), l’album Ágætis Byrjun.
Non è facile descrivere la sensazione che provai quella prima volta, né quella che si rinnovava a ogni ascolto successivo.
Non è facile perché probabilmente una tale sensazione andrebbe descritta con parole e suoni di cui non conosco l’esistenza e il significato, come quelle usate nelle canzoni dei Sigur Rós. Oppure, per comunicare le emozioni e i brividi che la musica degli islandesi mi provocava, avrei avuto bisogno di inventarmi un mio linguaggio privato, fatto di onomatopee e assonanze, un po’ come cominciarono a fare loro a partire dal brano Olsen Olsen e dal successivo album (quello della consacrazione internazionale che, forse non a caso, si chiama solo ( ) ). Ma, oramai, il Vonlenska (o Hopelandic, come è stato ribattezzato a uso e consumo degli anglosassoni) l’aveva già inventato Jón Þór “Jónsi” Birgisson, ed io ho potuto solo limitarmi, in questi oltre venti anni, ad ascoltare la musica dei Sigur Rós senza possibilità alcuna di rendere a parole le mie emozioni.

Nel tempo, come ogni grande amore, la passione si affievolisce e si comincia a pretendere sempre di più dall’oggetto dei nostri desideri, finendo, spesso, per rimanerne, in qualche modo, delusi.
I Sigur Rós, album dopo album, attraverso cambi di formazione più o meno traumatici (l’abbandono del tastierista Kjartan Sveinsson, la brutta storia dell’allontamento forzato del batterista Orri Páll Dýrason), prove soliste altalenanti, collaborazioni, un successo planetario e paragoni azzardatissimi con chiunque dai Pink Floyd ai Radiohead, fino ai Coldplay, hanno progressivamente perso quell’incredibile fascino iniziale dato dall’aura di mistero che li circondava, dal suono così personale che li aveva contraddistinti sin dalle prime prove discografiche, da quella voce angelica eppure così terrena e da quelle parole incomprensibili ai più.
Con il passare del tempo tutti hanno imparato il significato dei loro titoli (e, in alcuni casi, devo ammetterlo, il loro fascino ne risultava ancora accresciuto: Vidrar Vel Til Loftarasa – it’s good weather for airstrikes; Dánarfregnir Og Jarðarfarir – Death Announcements and Funerals, solo per citarne un paio), Jónsi è diventato una sorta di popstar e i loro incessanti tour hanno portato i Sigur Rós a suonare in ogni angolo del pianeta.

Devo ammetterlo, nonostante quasi in ogni occasione ascoltare le loro canzoni (soprattutto quelle dei primi album) continuasse a provocarmi una commozione che mi portava a pochi centimetri dal pianto -e, qualche volta, anche oltre- i Sigur Rós non erano più miei.
Così, quando dieci anni fa, la band, dopo Kveikur, l’ennesimo buon album (e, a guardarla in retrospettiva, la discografia degli islandesi non ha nessun momento veramente debole, ma solo un inizio troppo brillante per mantenere sempre le aspettative), sono scomparsi, non ho versato molte lacrime. Sentivo che si trattava solo della giusta conclusione di un percorso straordinario, ma che, come tutto (particolarmente se si tratta di cose belle) era destinato a concludersi.

A dire il vero la band non si era sciolta e in questo decennio sono continuate a uscire pubblicazioni a nome Sigur Rós, ma si è sempre trattato di uscite minori, collaborazioni, partecipazioni a colonne sonore o riproposizioni di vecchi lavori remasterizzati o confezionati in maniera più accattivante.
Così, quando una settimana fa è arrivato, del tutto a sorpresa, un nuovo brano a firma Sigur Rós, Blóðberg, non mi sono neanche più di tanto scomposto, nonostante si trattasse di una canzone che, già dai primi ascolti, mi sembrava magnifica.
L’uscita di Átta, concepito, inciso e suonato da Jónsi, Georg Holm e dal ritornante Kjartan Sveinsson insieme a un orchestra di quarantuno elementi, arrivato, senza alcuna forma di promozione, venerdì scorso, un po’ di agitazione me l’ha messa.
E il suo ascolto, ripetuto, continuo, quasi compulsivo, mi ha riportato a provare quelle sensazioni, quelle emozioni intense che solo i Sigur Rós sono stati capaci di trasmettermi con la loro musica.

A differenza della poesia contenuta spesso nei loro titoli (per dirne un altro: Með suð í eyrum við spilum endalaust, il titolo del loro quinto lavoro -uno dei più bistrattati- si poteva tradurre, in inglese come: With a Buzz in Our Ears We Play Endlessly) Átta, significa solamente otto, come il numero ufficiale dei loro album in studio.
Nulla di più. Ma già la copertina dell’album (che qualcuno ha trovato pessima, ma che a me pare favolosa), fornisce qualche indicazione più significativa circa il suo contenuto: si tratta di un’immagine tratta da Rainbow I, installazione video dell’artista islandese Rúrí, risalente al 1983.
Il 25 agosto 1983 a Korpúlfsstaðir, l’artista islandese Rúrí incendiò un arcobaleno di tessuto ad arco alto diciassette metri. La performance Rainbow I durò venti minuti e le fiamme disintegrarono il tessuto dai colori arcobaleno lungo la curva sospesa, lasciando solo la colonna vertebrale portante. La performance di Rúrí invitava a prendere coscienza della nostra finitezza, rappresentando l’atto della scomparsa della natura di cui l’uomo è parte integrante.

I dieci brani che compongono Átta -“l’album più intimo ed emotivamente diretto realizzato fino ad oggi” a detta della band stessa- vogliono trasmettere, in qualche modo, un sentimento molto simile: il malessere verso la società contemporanea, verso un mondo sull’orlo (o oltre?) della catastrofe climatica, che rotola, sempre più ripiegato su se stesso, verso il proprio terribile destino, tra guerre insensate e idiocrazia al potere.
Anche se Glóð, in apertura, può risultare spiazzante, con suoni elettronici stranianti in primissimo piano e voce manipolata, Átta è un album che, in altri tempi, si sarebbe potuto definire ambient, visto che è quasi del tutto privo di chitarre e batteria (sostituita in alcuni passaggi da un tamburo che suona quasi come un battito cardiaco).
Tuttavia, ascolto dopo ascolto, l’apparente omogeneità -tipica del genere- che all’inizio porta a distinguere poco i vari brani, e a considerare il nuovo lavoro come un monolite di quasi un’ora, che rischia di essere stucchevole, con i suoi passaggi orchestrali magniloquenti e la voce -senza parole- di Jónsi che concentra su di sé tutte le attenzioni, si schiude e rivela tutta la sua travolgente emotività.

Gli archi su Skel che si gonfiano fino a raggiunge l’apice, prima di placarsi dolcemente, i vocalizzi di Jónsi, che salgono e scendono e, a tratti, rivaleggiano in potenza emotiva con l’orchestra (la London Contemporary Orchestra, registrata agli studi Abbey Road di Londra), i passaggi sommessi di Ylur e Andrá (nella quale sembra di sentire una chitarra acustica), Klettur, forse il brano più vicino a quanto i Sigur Rós avessero proposto nel precedente Kveikur, Gold, che presenta delle semplici percussioni e suona come un brano folk (quanto può essere folk un brano dei Sigur Rós) struggente e celestiale, il “singolo” Blóðberg, con i suoi arrangiamenti desolati il cantato sull’orlo della disperazione (“Kominn heim/ Fyrir frið og ró“: “Vieni a casa/ Per la pace e la tranquillità“), Mór, catartica e ieratica, quasi come una invocazione al cielo, Fall, più minimale, con il pianoforte a conferire intensità e trasporto, o la lunga suite conclusiva, 8, che, ancor auna volta, si eleva per poi concludersi con una lunga dissolvenza ambientale, sono tutti particolari, vividi e gratificanti senza dubbio, ma che acquistano maggior significato nel contesto di un affresco più grande, più ambizioso e coinvolgente.

I Sigur Rós non hanno più nulla da dimostrare e non si preoccupano affatto di ignorare i canoni del post rock o della musica ambient: utilizzano l’orchestra a modo loro, rendendone i suoni inevitabilmente familiari. Jónsi non fa altro che fare ciò che ha sempre fatto, carezza e sospira, eleva lamentazioni al cielo e canta come un angelo perduto (o, meglio, come uno degli Svefn-g-englar).
Átta è molto più della somma delle sue parti: è la colonna sonora (quante volte la musica degli islandesi è stata paragonata a una colonna sonora?) di un momento storico terribilmente spaventoso e di un disastro annunciato (se non già in essere), ma, piuttosto che rendere ancora più cupa l’atmosfera, riesce, con la sua armonia e con un impeto orchestrale che non mira necessariamente alla drammaticità, a essere sublime, edificante, come solo la musica sa essere e ha il dovere di fare.

Da quando li ho ascoltati per la prima volta, al crepuscolo del nuovo millennio (avrei potuto dire alla fine degli anni novanta, ma la definizione mi sembra decisamente più adatta al tono di questo ultimo lavoro), i Sigur Rós hanno occupato nel mio cuore -e, progressivamente, in quello di milioni di appassionati- lo spazio di una vasta e fertile prateria, verde e battuta dal vento, scossa da terremoti ed eruzioni vulcaniche e baciata da arcobaleni scintillanti, un terreno che, senza di loro, sarebbe rimasto, probabilmente, inesplorato.
I Sigur Rós non sono una band islandese. I Sigur Rós sono l’Islanda (o, almeno, l’Islanda che risiede nella nostra immaginazione) e, con Átta, si sono ripresi il loro posto, portando nuovamente quest’isola, fredda, piccola e geograficamente marginale, al centro del mondo.


2 pensieri su “Sigur Rós – Átta

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