Bill Ryder-Jones – lechyd Da

Francesco. Leggo che lechyd Da è un’espressione gallese che dovrebbe pressapoco significare “buona salute”. Dopo aver scorso qualche foto recente di Bill Ryder-Jones sul suo profilo Instagram e soprattutto dopo aver ascoltato più volte il suo ultimo disco, non saprei dire se la scelta di un simile titolo per quest’ultimo abbia un che di amaramente auto ironico.
Le canzoni del (bellissimo, diciamolo subito a scanso di possibili equivoci) lechyd Da lasciano infatti intravedere, appena oltre la linea del loro brumoso orizzonte nord britannico, -meravigliosamente evocato dal dipinto di Dale Bissland che effigia la copertina-, un entroterra di vissuti sofferti, un’autobiografia scandita da stanze umide ed interni inglesi su cui le muffe della solitudine, della malattia e della tribolazione alcolica hanno allungato la loro ombra arcigna. Eppure, le canzoni di lechyd Da hanno ancora la forza di spalancare una finestra sulla luce e l’aria pungente dei mari del nord (quelli che Bill Ryder-Jones può verosimilmente contemplare dal suo rifugio a West Kirby), un’aria salmastra che tutto pulisce e spazza via, risvegliando la coscienza, aprendo lo sguardo alla possibilità di mete nuove.

Questo appare assai evidente già nel magnifico singolo This Can’t Go On, che definirei epico ed intimo al tempo stesso, una sorta di urlo sussurrato, se mi passi l’ossimoro, che ben si attaglia a descrivere l’opera nel suo insieme.

Tiziano. Mi hai quasi tolto le parole di bocca. This Can’t Go On è un pezzo magistrale, epico seppur cantato quasi digrignando i denti. Per non parlare del video, complemento perfetto per introdurre l’ascoltatore alla poetica del disco, con quelle location da provincia nordeuropea… Che poi se ci pensi bene sono qualcosa che ritorna nella sua produzione: pensa ad esempio al video di Wild Roses, di qualche anno fa. Sai, quello con la partita di calcetto e il gruppo di amici che si allenano sotto la pioggia. Una roba che mi commuove ancora. Non c’è però solo l’aria fredda del nord, c’è anche la questione di un certo tipo di esistenza provinciale, mesta e avventurosa al contempo. Una narrazione in cui mi riconosco in pieno ed è proprio forse questo a commuovermi. Il vagare a zonzo, a piedi, in aree periferiche è stata d’altronde la mia attività preferita per molti anni. Come anche l’idea della band come rifugio. Penso anche alla vecchia cara Dreaming of You dei Coral, in cui percepivo qualcosa di simile, seppure il mood fosse diverso. In This Can’t Go On c’è però qualcos’altro, ovvero ho l’impressione che si stia descrivendo un percorso in salita…

Francesco. Che immagine perfetta quella del piano inclinato, in salita, sbilanciato da un peso, o per meglio dire da una gravitas, che tutto risucchia all’indietro. A guardar bene anche il giovane eroe protagonista del video di This Can’t Go On cammina molto, gironzola qua e là, attraversa le strade e i quartieri di una città tipicamente inglese. Affrontando talvolta anche qualche ripida salita, quasi fosse spinto o sostenuto dalla forza di un vento gelido che soffia dal mare. La stessa forza che del resto anima e scapiglia le melodie, le architetture, i sontuosi, a tratti quasi barocchi, arrangiamenti di lechyd Da, un disco che di strada sotto le suole ne ha macinata tanta, giungendo infine a noi a ben cinque anni dal precedente Yawn.

Pensa soltanto per un attimo a com’era il mondo allora, nel 2018, e a come pare inesorabilmente invecchiato oggi, segnato da rughe e ferite che ormai si confondono l’una con l’altra. Ecco, le canzoni di lechyd Da recano i segni di tutto questo tempo che ci è passato sopra quasi di colpo, le canzoni di lechyd Da “sentono” il peso dei ricordi, dei rimpianti, delle delusioni e degli addi eppure continuano ad andare avanti. Anche in salita non si fermano, sciolgono il dolore del tempo in movimento nello spazio.
La voce di Ryder-Jones è quasi sempre rotta, stropicciata, una specie di bisbiglio ringhioso, arrochito dai postumi di una sbornia o di un’insonnia; talvolta richiama Conor Oberst dei Bright Eyes, talaltra Jason Pierce degli Spiritualized come pure Elliott Smith. Tuttavia non la definirei una lagna o un piagnucolio. Anche perché a circondarla sono scenografie da melodramma operaio anni 60, intriso di quel “kitchen sink realism” che tanto piaceva al miglior Morrissey e che oggi rivive nei film di Loach o Kaurismaki. C’è qualcosa di orgoglioso, di arrabbiato e di combattivo in canzoni come I Hold Something In My Hand, I Know That It’s Like This (Baby), Nothing To Be Done o Thankfully For Anthony, che in qualche modo le rende grandi.

Tiziano. Una gravità che viene comunque sconfitta, sia chiaro, ma la fatica si sente. Una stanchezza che in qualche modo viene denunciata più che ostentata, aggiungerei. Per quanto riguarda la voce hai ragione, ma io ci sento più Jason Pierce che Conor Oberst. Oberst è più manierato. Intendo dire più patetico, in senso buono, ma comunque più vicino alla recitazione. Recitazione di una purezza forse più costruita che ricostruita. Parliamo poi di due continenti diversi, quindi il confronto conta poco.
Bill Ryder-Jones resta comunque profondamente europeo, non solo nell’immaginario, ma nell’approccio alla scrittura. Una cosa che sento forte un po’ in tutti i britannici con chitarre esorditi nei primi duemila. Riguardo al confronto con Yawn devo confessarti che questo non mi era piaciuto per nulla. Trovavo quel suono gonfio un po’ troppo asfissiante. Gli arrangiamenti di quest’ultimo invece mi piacciono, li sento psicologicamente risolti. Forse perché più limpidi. Mi colpì, a proposito, il suono della band di Ryder-Jones quando la vedemmo in Galles, anni fa. Era il 2015 se non erro. Anche lì ci fu qualcosa di epico, mi ricordo con esattezza un lick di chitarra che si sente in uno dei video fatti col nostro telefono. Me lo ricordo come un concerto stratosferico, forse perché eravamo nel suo habitat naturale, in campagna, all’aperto, sotto la pioggia (ringrazio ancora la linea waterproof di Dechatlon). Percepivo poi un qualcosa di confortante, che ci convinceva a goderci il tutto senza preoccuparci delle intemperie.
E non credo che il merito fosse solo degli ingegneri Fender.

Francesco. No, il merito era anche, anzi soprattutto, delle canzoni che stavamo ascoltando, provenienti per lo più da West Kirby County Primary, splendido album allora appena uscito e che pare oggi trovare in questo nuovo lechyd Da quasi una sorta di sequel o di compimento poetico. Ryder-Jones ha forse realizzato l’album più bello della sua carriera – lo capiremo con certezza nei prossimi mesi-, sicuramente il più importante, e non ci resta che raccomandarne l’ascolto a tutti i nostri lettori che abbiano ancora a cuore la loro “buona salute”.
Sia dunque lechyd Da un salutare antidoto alla stanchezza per tutti noi.

3 pensieri su “Bill Ryder-Jones – lechyd Da

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