
Peppe Trotta per TRISTE©
Non esiste alcuna regola che possa definire quale sia il tempo di lavorazione adeguato per scrivere e registrare un album e la storia della musica è piena zeppa di dischi creati nel volgere di un nulla e di altri frutto di elaborazioni ben più lunghe.
Per Mol Sullivan ci sono voluti ben quindici anni per chiudere e dare alle stampe il suo lavoro d’esordio, un arco temporale decisamente molto esteso scandito in modo profondo da un problema di alcolismo fortunatamente superato.
Sono proprio questi due elementi – la dipendenza e gli anni numerosi di gestazioni – a marcare il suono di Goose facendone un diario intimista dallo stile nettamente sfaccettato, una raccolta di canzoni dal tono colloquiale vestite assecondando inclinazioni e umori differenti.
Coadiuvata da Sima Cunningham in cabina di regia e accompagnata da un ensemble di musicisti capace di offrire una gamma strumentale piuttosto ampia, anche se attentamente centellinata, l’artista di Cincinnati costruisce uno scrigno chamber pop dal potenziale evidente, anche se non sempre pienamente espresso.
L’inizio è di quelli incoraggianti, affidato al folk asciutto spruzzato di americana di Still Tryin’, che introduce con immediatezza il tema della sobrietà ritrovata, dell’importanza della comunità di recupero e della musica quale sicuro approdo nei momenti più complessi.
La stessa formula musicale è alla base della essenziale Cautiously, mentre tracce quali Cannonball ed Eggshells mettono in luce una maggiore coralità lasciando risaltare gli arrangiamenti a discapito di un’emozionalità meno incisiva.
A mantenersi costanti sono invece la qualità di una scrittura mai banale nella forma e l’interpretazione sostenuta da una vocalità ricca di inflessioni e sfumature.
Goose è soprattutto un album di buone premesse, di canzoni mature e di rifiniture da limare, un debutto a tratti fin troppo sfaccettato che però lascia ben sperare in futuri viaggi maggiormente coesi e calibrati. Di certo saremo qui ad attenderla.