HMLTD – West of Eden

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Francesco Giordani per TRISTE©

Una storia ragionata delle band che “non ce l’hanno fatta” andrebbe prima o poi scritta. Anzi, da qualcuno probabilmente è già stata scritta e magari io non lo so.
A pensarci, una simile storia sarebbe più lunga e talvolta anche più avvincente di quella delle band per così dire “vincitrici”.
Perché il fallimento, come notato da molti, ha una fantasia infinitamente superiore al successo.
O forse no, chi lo sa. Del resto che cosa significa esattamente “farcela” per una pop band? Tante cose diverse.
Immagino che tutti o molti di noi abbiano sicuramente visto il documentario Dig! o anche il bellissimo film Frank e riflettuto più o meno approfonditamente su queste faccende.
In tempi recenti sono tornato a farlo anch’io, leggendo l’incredibile storia dei Candy Opera,  ma soprattutto ascoltando West of Eden, disco d’esordio degli HMLTD.

Provenienti anch’essi da quel fertile sottobosco di South London che ha favorito lo sbocciare dei fiori malsani di Shame, Goat Girl o black midi, gli HMLTD (acronimo per Happy Meal Ltd) avevano tutte le carte in regola per sfondare, come si suol dire.
Uno stile colto, immaginifico e farsesco, del tutto al passo con i tempi, il bollino “the UK’s most thrilling new band” di NME stampato sul bavero della giacca, un repertorio di canzoni incredibilmente ispirate e camaleontiche nonché un magnetico leader, Henry Spychalski, votato ad un sofisticato trasformismo sempre sul filo di un’androginia tutta inglese.

E invece no.
Dopo l’assai promettente accordo discografico con la Sony alla band londinese è capitato un po’ di tutto. Polemiche social sull’appropriazione indebita dei linguaggi queer (peraltro incoraggiata dalla stessa etichetta), iati interni, un maldestro (e per fortuna abortito) tentativo di rilancio come band virile per le audience inglesi del “nord” (incredibile ma vero), l’interruzione delle sessioni di registrazione con annessa rescissione del contratto e così via, come si legge in un articolato resoconto-intervista del New Musical Express che rinverdisce una tradizione piacevolmente britannica di inchieste “rock”.

Risultato finale: l’album d’esordio degli HMLTD esce solo adesso a ben quattro anni dal primo singolo – intitolato, ironia del sorte, Stained/Is This What You Wanted?.
E, si sa, nello showbiz niente è più fatale della mancanza di puntualità.

West of Eden doveva essere, da programma, un gran ballo sui cocci aguzzi del Tramonto Occidentale (dunque molto attuale) ma somiglia più ad una raccolta di frattaglie e macerie sparse, un maelstrom di relitti ebbri che vorticano conflittualmente alla deriva, incrociando nella loro parabola il bondage sintetico dei più perversi Depeche Mode (Satan, Luella and I, LOADED), i languori nu-romatic dei quasi ovvi Soft Cell, David Bowie e dei meno ovvi The Associates (richiamati questi ultimi anche nel comune amarognolo destino) ma pure, come osservato da alcuni, i bacchanalia sotto cassa dei Prodigy, cotti in un brodo acidulo di electro-clash e disco-punk all’ultimo grido (Death Drive). Un cabaret erotico no-stop, gagliardo quanto improvvisamente sentimentale, acceso da lampi queer e piroette di acrobatica clownerie (Where’s Joanna che parte molto PIL e finisce decisamente Benny Hill).
Godibile, sfrontato, ampolloso, contraddittorio, non sempre sensato.

Non faranno breccia nei contatori delle piattaforme di streaming (che lasciamo volentieri ai meglio equipaggiati Tame Impala o King Krule) questi HMLTD, c’è da starne certi.
Eppure, eppure, la sensazione è che il loro tardivo debutto sia un atipico, a suo modo sontuoso, esempio di fallimento trionfale.

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