The Luxembourg Signal – The Long Now

Francesco Amoroso per TRISTE©

Quante cose ci sarebbero da dire.
Quanti argomenti “seri” e vitali da affrontare.
Quanto può sembrare futile, in queste circostanze, tornare a parlare di argomenti non “essenziali”.
Eppure, a prescindere dal fatto che sarebbe sempre opportuno parlare solo di ciò che si conosce, è proprio in momenti come questo che le cosiddette attività “non essenziali”, quelle cioè che non sarebbero utili alla stretta sopravvivenza, secondo una concezione della vita strettamente legata all’economia, al mercato e alla produzione, assumono un’importanza straordinaria, vitale.

E, allora, senza la presunzione di avere risposte a tutte le domande che spontaneamente e inevitabilmente ci arrivano alla mente, proviamo a parlare ancora di musica.
Del resto è per questo che siamo qui. Le risposte e ciò che riguarda le attività “essenziali” potete (forse) trovarle altrove.

Parliamo di musica (registrata, naturalmente, perché di quella dal vivo chissà quando potremo parlare di nuovo), parliamo del terzo lavoro di The Luxembourg Signal.

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Keaton Henson – Monument

Peppe Trotta per TRISTE©

La bellezza non sempre fa spettacolo, a volte è malinconica, sussurrata, incerta. A volte inizia dentro di noi come un anelito a chissà cosa, come una domanda confusa, e poi si fa ritrovare fuori, e sembra la stessa domanda che è diventata parte della realtà.

In queste poche righe estratte dal suo “Isole – Guida vagabonda di Roma”, Marco Lodoli esprime con abbagliante efficacia come il bello possa annidarsi ovunque e sorprenderci in modo totalmente inatteso. Non soltanto apparire  evidente  lì dove siamo abituati a cercarlo, ma trovarsi immerso nell’ombra di un angolo discreto, nascosto in attesa che qualcuno o qualcosa lo riveli. E tra questi antri oscuri si annovera anche il dolore di un’anima che soffre, sentimento profondo e travolgente che a volte riesce a divenire fertile linfa da cui estrarre cristallina poesia. Un’elegia delicata e dolente capace di incantare e coinvolgere, così come accade ascoltando il nuovo, ispirato lavoro di Keaton Henson.

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James Blake – Before

Carlotta Corsi per TRISTE©

Per me scrivere è diventata una cosa non sono naturale, ma anche fondamentale.
Da tempo ho notato che per nutrire bene le mie parole e le mie strofe, spesso, ho bisogno di attraversare un po’ di tristezza, un po’ di blue e, di certo, ne ho sempre avuti a volontà di questi momenti, forse talmente tanti che l’abitudine mi ha portata in qualche occasione a provocarmi un po’ di solitude estate, cosicché da riuscire a fluire nel modo più ricco possibile i miei pensieri in lettere.

Mi ci sono un po’ persa e tante paure, insicurezze, si sono annidate troppo bene e, da quando sono più serena e felice credo di aver perso la Sexton in me.
E sì, sono così spaventata a volte nell’essere tanto felice quanto lo sono ora, che mi sforzo di dire che le cose tutto sommato potrebbero andare meglio. “I’m not the sum of all my worries / And I’m not the sum of yours /I’m not the summer of 2015/ But I can be the summer of now” ed ecco che James Blake non solo mi scioglie quel groviglio di nervi che porto 24/24 ma anche quella piccola nuvola nera sul cuore.

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André Salvador and the Von Kings – André Salvador and the Von Kings

Francesco Amoroso per TRISTE©

Se qualcuno, per tentare di invogliarvi all’ascolto di un nuovo artista, vi dicesse che sembra “Elliott Smith che suona con i Super Furry Animals” che cosa fareste?

Le opzioni, dopo un’affermazione del genere, sono solo due: la prima, comprensibile, è quella di guardare l’interlocutore con sguardo beffardo e incredulo, mandarlo bonariamente a quel paese e rispondergli che andate a casa ad ascoltare un artista che sembra “Ian Curtis che suona con gli Abba”.
La seconda, soprattutto se l’interlocutore è una persona fidata, è quella di correre davvero a casa e provare ad ascoltare con le vostre orecchie questo prodigioso ibrido.

E’ esattamente quello che ho fatto io, quando ho cominciato a leggere qualcosa in rete su André Salvador & The Von Kings, anche perché me li consigliava la Last Night From Glasgow, etichetta scozzese che ho imparato ad amare e della quale comincio a fidarmi quasi alla cieca.

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Angel Olsen – Whole New Mess

Francesco Amoroso per TRISTE©

Non importa quanto ti allontani. Prima o poi, è inevitabile, devi tornare a casa.

Mi capita spesso di pensare alla parabola artistica di tanti musicisti che amo e apprezzo, alla loro gavetta, a volte lunga, altre infinita. Ai sacrifici che fanno e ai compromessi che devono accettare per arrivare a essere ascoltati (e, sovente, anche solo per sopravvivere).
Alle scelte che ne condizionano la carriera. Ai rifiuti o ai colpi di fortuna che possono cambiare la loro storia.

Mi capita di fare certi ragionamenti anche quando penso ad Angel Olsen, artista che ho amato follemente ai tempi delle sue prime uscite e che, album dopo album, ho cominciato a sentire sempre più lontana da me.
Per lungo tempo ho pensato che, prima con “My Woman” e le sue canzoni piene di ritmo e chitarre elettriche e poi, in maniera ancora più eclatante, con le tastiere e gli arrangiamenti orchestrali di “All Mirrors” avesse in qualche modo tradito le mie aspettative, sterzato bruscamente, lasciando me, suo ammiratore della prima ora, alle spalle, per inseguire una visibilità e un successo che il folk scarno e quasi ascetico degli esordi non le avrebbero mai permesso di raggiungere.

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