The Avalanches – We Will Always Love You

Carlotta Corsi per TRISTE©

E se vi dicessi che questo è il disco di cui avevamo bisogno?

Qualche giorno fa ero al telefono e come la maggior parte delle volte quando parlo con il mio ragazzo finiamo a discutere sempre delle stesse due cose: cinema e musica.
Inutile dirvi che sembra un troll immenso, ma è davvero così.
A differenza sua, il mio immaginario è cresciuto con la stimolazione della musica, mentre lui ha sempre avuto una predilezione per l’immagine e per l’emozione che un’opera cinematografica sa portare.

Pensate come ha reagito quando ho ammesso di essermi annoiata alla seconda visione de “Le Iene” di Tarantino; proprio non capiva come fosse possibile, ma è così, la mia soglia di concentrazione è davvero, davvero molto bassa quando guardo qualcosa. Mi distraggo e fluttuo.
La musica mi dà la possibilità di inebriarmi senza mai distaccarmi da quello che sto ascoltando, anzi mi permette proprio di rimanere legata alla melodia attraverso quel che immagino.
È una sensazione simile a quella che sperimento quando leggo.
Ma con le immagini, beh, a volte faccio fatica.

Questo disco è ciò che una persona come me o anche una persona completamente differente da me saprebbe apprezzare in egual misura.
“We Will Always Love You” di The Avalanches è uscito l’11 dicembre 2020 per Modular Recordings.

Ricordate quando dopo un silenzio di sedici anni nel 2016 tornarono con “Wildflower”?
Stavolta l’attesa è stata solo di quattro anni, eppure pare che il disco venga da un passato parallelo.
Mi spiego: parliamo di un disco costruito su sampling e quindi di suoni “già sentiti”, ma quel che è in grado di portarci questo lavoro è il ponte tra il loro intramontabile trip-hop sound e il mondo della nuova generazione rap.

Sembra di viaggiare dentro una navicella spaziale.
Quest’anno se ci pensate bene, abbiamo avuto un bellissimo ritorno di synth e di vibrazioni disco e anni ’80 e Robbie Chater e Tony Blasi ne hanno colto in pieno l’essenza.
Le collaborazioni sono spesso inaspettate ma risultano ben amalgamate alle sonorità dell’album e devo dire che quella con Neneh Cherry mi ha proprio riscaldato l’anima.

Troviamo gli MGMT, Blood Orange, Sampa the Great, Denzel Curry, solo per citarne alcuni. Il concept ha a che fare con lo spazio e il soprannaturale e come sempre la loro tendenza a portare nel loro contesto sonoro la musica di artisti oramai passati a miglior vita aiuta sicuramente nel processo di “convocazione spirituale”.

Quindi ascoltando questo album è quasi d’obbligo fluttuare e distrarsi e, forse, era proprio quello che ci serviva.
Alla fine di questo anno così surreale credo sia vitale riuscire a spaziare verso qualcosa di più grande, di diverso, di passato o presente che sia, ma in un modo che sia solo nostro.

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