Le firme di TRISTE©: la Top 10 di Giulio Tomasi

Giulio Tomasi per TRISTE©

1) Marker Starling – High January (Tin Angel)

In un ipotetico bilancio più grande di quello di fine anno, alla fatidica quanto impegnativa domanda su quale sia il mio del disco della vita premierei, ex aequo (se non fosse che detesto gli ex aequo) con un altro paio di titoli,“The Nightfly” di Donald Fagen. Fatte le debite proporzioni fra l’opera di Chris A. Cummings, ribattezzatosi Marker Starling, e l’inarrivabile capolavoro dello Steely Dan, posso affermare che “High January” è un disco ben sintonizzato su certe frequenze radio che puoi sentire solo alle 4:10 del mattino. Malgrado nell’album di Starling sia depauperata la componente jazzy (cruciale invece nell’Lp del 1982) le due creazioni hanno però un humus comune.

L’artista un tempo noto come Mantler ci regala quindi un disco notturno, dove un certo immaginario soft rock d’antan viene a messo a servizio della scrittura di otto gemme da considerarsi come virtuali hit nell’airplay di un’immaginaria adult radio. E restando in tema di maturità, Cummings, uno non proprio di primo pelo, ha beneficiato in questo disco dell’apporto di un “veterano” del calibro di Sean O’Hagan. È a prova d’orecchio quanto sia stato determinante l’apporto di Mr. Microdisney e The High Llamas nell’economia di un full lenght dove non manca nulla, nemmeno la presenza di Laetitia Sadier, apparsa in splendida forma in quelle perle luccicanti corrispondenti ai titoli di “Waiting for Grace” e “Starved for Glamour”. Disco dell’anno!

2) Mac Miller – Circles (Warner)

Circles, ovvero della concentricità di certa musica leggera, musica che sono solito ripetere come una mantra nella bacheche virtuali (alla stregua di una fila alle poste) è affare di produttori. A dare manforte a questa teoria il disco postumo di Malcolm James McCormick, in arte Mac Miller, che è soprattutto cosa di Jon Brion. Il testamento del compianto artista di Pittsburgh raggiunge difatti una perfezione formale grazie a colui che è conosciuto ai più per indossare le vesti di compositore golden-boy di colonne sonore legate alla cinematografia neo cult americana. Cosi dopo la prematura dipartita di Miller a Brion è toccato il non certo facile compito di chiudere un cerchio, portando a termine questa futura pietra miliare capace di travalicare i generi musicali e dove non si ha paura perfino di fare all’amore con i Love. L’omaggio ad Arthur Lee qui presente è infatti quanto di più emozionante ci si possa aspettare da un classe 1992. Un ragazzo andato via troppo presto, in grado in questo caso di confrontarsi con i mostri sacri della musica, ma non di vincere i demoni interiori.

3) The Reds, Pinks and Purples – You Might Be Happy Someday (Tough Love)

Vi risparmio le bizzarre motivazioni che stanno dietro al fatto che l’anno scorso ho bucato l’appuntamento con l’esordio di The Reds, Pinks And Purples, quell’ “Anxiety Art” acclamatissimo dai blog di settore e licenziato dalla iberica Pretty Olivia Records. Il loro debut è stato anticipato (e a dire il vero anche seguito a stretto giro) da una intensissima produzione di canzoni (che tuttavia mentre vi scrivo mi rendo conto non essere più fruibili in cospicua quantità) nella pagina bandcamp del progetto fino a far crescere in modo esponenziale il buzz intorno a questo. Il perché risiede tutto in una nuova uscita da intendersi come la quintessenza di ciò che gli anorak-kids generazione dopo generazione cercano disperatamente tra i solchi. Dietro la sigla della band si nasconde, e quando dico nasconde faccio riferimento soprattutto a un corredo musicale che fa della mestizia una ragione di vita, Glenn Donaldson. Parliamo di uno che era finito nella mia top 10 del 2014 con i suoi The Skygreen Leopards, fautori di quel “Family Crimes” che per chi non lo avesse mai sentito sarebbe delittuoso non recuperare.

4) Louis Philippe & The Night Mail – Thunderclouds (Tapete) / 10) Stuart Moxham & Louis Philippe – The Devil Laughs (Tiny Global Productions)

Capita puntualmente che la partita dei dischi più amati dell’anno venga sconquassata sui minuti di recupero. Quando i giochi erano belli che fatti, l’11 dicembre è uscito un Lp che ha notevolmente complicato le cose. Era dal 2007, dall’immenso” An Unknown Spring”, che Louis Philippe non realizzava un disco a suo nome. Tanto valeva presentarsi al 2020 con ben tre album. Due di questi finiscono in classifica. Il terzo no, ma solo perché è un lavoro di inediti d’archivio non stampato fisicamente. Andiamo per ordine? No, cominciamo dalla fine! In fondo a questa classifica troverete la produzione che l’uomo chiave della Él Records ha realizzato con Stuart Moxham, fautore con gli Young Marble Giants di un unicum imprescindibile per le lande post punk-new wave a nome “Colossal Youth”.  Alle prese con “The Devil Laughs”, questo il titolo della meravigliosa uscita con duplice firma, si rischia di dare tutto per scontato. Hai infatti le medesime sensazioni che provi quando vedi all’opera certi fantasisti del pallone, capaci di giocate all’apparenza ordinaria ma tutt’altro che semplici. Solo dopo svariati ascolti si riesce a cogliere l’essenza di un disco geniale come una rabona e incisivo come solo certi passaggi filtranti verso la porta. Detto questo, Louis Philippe, uno di quelli che se dovessi spiegare la grandezza a chi non è avvezzo a talune nicchie lo definirei un Bacharach nato in Normandia, concede il bis e fiancheggiato dai The Night Mail sciorina 50 minuti abbandonanti di musica elegante e notturna. Il tocco è quello da maestro e l’intensità è quella dei capolavori. Chapeau!

5) The Magnetic Fields – Quickies (Nonesuch)

Da più parti questa opera è stata trattata alla stregua di una boutade, considerata una mera provocazione. Beh, che dire… di provocazioni discografiche cosi ne vorrei a iosa. Dando per assodata la partigianeria spudorata di chi scrive nei confronti di Merritt e soci, rimane tuttavia la capacità del progetto di fare centro anche stavolta che ci si confronta con una nuova mission ben precisa. Il menù prevede infatti solo numerose portate di piccola dimensione, mai sopra i 2 minuti e 35 e il risultato non può che essere una delizia per palati fini. Siano essi i 69 brani d’amore, le 50 tracce della memoria privata, O queste 28 “sveltine sonore” c’è una costante nell’operato del buon vecchio Stephen ed è l’ambizione di essere non semplicemente autore di bizzarre storie ma di imporsi come (ri)scrittore della Storia, quella con la S maiuscola, della Musica.

6) Choir Boy – Gathering Swans (Dais)

Gli anni 80 come stato mentale! Potrei synthtetizzare in questa maniera il perché questo disco occupa una posizione così di rilievo all’interno del mio resoconto annuale. Trattasi di un’esemplificazione, apparentemente banale, quanto efficace nel descrivere lo spazio siderale in cui gravita la musica dei Choir Boy. Trovato rifugio con questo secondo lavoro in casa Dais Records, il gruppo di Adam Klopp porta una ventata di pop dalle gracili fattezze sophisti-new romantic sotto il tetto di una label spesso con un imprinting più avant-wave. Ça va sans dire, il tutto avviene collezionando una serie di brani favolosi. Menzione a parte fra questi merita “Sweet Candy”. Il suo incedere sognante, il ritornello killer, l’appiccicosa aura che si respira per tutti i 4 minuti e 32 secondi rendono questa canzone l’emblema di un album votato a una nostalgia patologica.

7) Better Person –  Something To Lose (Mansions and Millions, Arbutus)

Restiamo (“Continuiamo così. Facciamoci del male” direbbe qualcuno) nel decennio cotonato con Better Person l’alias dietro cui si nasconde il polacco Adam Byczowsk colui che firma l’esordio dell’anno. Ok! Magari l’anno è quello sbagliato, perché queste nove tracce, fieramente passatiste ma non sclerotizzate, sono un tripudio all’evasione. Evasione nel senso di idilliaca fuga temporale. Quando il mondo della musica era a riparo da moderne calamità come gli algoritmi di Spotify e l’entertainment era ancora affare (più o meno) nobile. Sia chiaro chi storceva il naso allora perpetuerà anche in questo nefasto 2020 il suo disappunto per quelle stagioni che Byczowsk (re)vivifica nel suo primo Lp tra un ammiccamento a Paddy McAloon e uno al compianto Mike Francis. ”Something lo lose” ci ricorda che se c’è qualcosa che non vorremmo mai perdere è questa fedeltà a un’attitudine, artistica prima ancora che sonora, che non si traduce mai in bieco conservatorismo ma che al contempo rifugge il qui e ora a tutti costi con quell’onesta intellettuale che rende persone migliori.

8) Woods – Strange to Explain (Woodsist)

Non perdiamoci in spiegazioni, non razionalizziamo troppo, diciamo soltanto che i Woods giungono all’apice delle maturità e all’esaurimento delle scorte di peyote con quello che è il loro personalissimo “Lost In The Dream”. Se i War On Drugs intingevano certa New Wave altezza Echo & The Bunnymen nell’Americana, i NewYorkesi non ambiscono a tanto ma di certo non sfigurano al cospetto dei colleghi della Pennsylvania grazie al loro mood “psych-conservatore” e una coesione di fondo che nulla toglie a una dimensione onirica pulsante.

9) Travis – 10 Songs (Red Telephone Box, BMG)

Viene da chiedersi cosa sarebbe successo se una formazione come i Travis a un certo punto della sua carriera avesse optato per scelte produttive roboanti, per l’abbandono di quel profilo medio-basso, orgogliosamente anti-presenzialista malgrado i milioni di dischi venduti, cedendo alle lusinghe di uno star system pronto a darti tutto persino uno stuolo di tribute band in tuo onore pronte a esibirsi nei peggiori bar di Ca…tania. Ma ricordiamoci che a proposito di Sliding Doors la star del pop sposata con Gwyneth Paltrow è, o meglio era, un’altra. Urge compiere un detournement da tutto questo. Dimenticando la strada percorsa dalla “invisible band” e trattando la loro l’ultima release alla stregua del debutto di un misconosciuto gruppo scozzese si può scorgere nella sua basicità il vero portato di queste 10 songs. E allora sarà possibile apprezzare scevri da ogni pregiudizio questo candido ed essenziale esempio midstream di Long Playing fuori moda per tempi e modi.

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