Fine Before You Came – Forme Complesse

Emanuele Chiti per TRISTE©

2006, Qube, Roma. Stasera suonano i Black Heart Procession e non si può certamente mancare. Tour di presentazione di The Spell, nuovo disco uscito per Touch And Go, sala neanche troppo gremita, il posto è quello che è ma è un pezzo di storia romana e a pensarci ora vengono i brividi. Sembra una vita fa. E in fondo lo è.

Ad aprire il concerto ci sono 5 ragazzoni: un set acustico, perché il giorno dopo devono suonare in città per uno spettacolo tutto loro, elettrico dicono. Si chiamano Fine Before You Came e cantano in inglese. Bravi, ma in fondo un opening act come tanti altri. Il pensiero quella sera è altrove.

2009, sempre Roma, casa mia, accendo il computer. Nell’allora ancora relativamente innocente mondo di internet si fa un gran parlare di questo nuovo disco, il primo in italiano, di una band emocore basata a Milano: sono sempre loro, i Fine Before You Came. Ricollego, scarico (è in free download) e parte la musica. Non è quello che mi posso aspettare, nonostante abbia avuto una precoce esposizione a punk “non convenzionale” nostrano, nomi quali Nuvola Blu o Kina, per motivi di affinità con mood che arrivano da oltreoceano (Hüsker Dü, per dirne una facile facile).
Jacopo, si chiama così il ragazzo alla voce, ti strilla in faccia le cose che qualunque quasi trentenne/non più ventenne vive giorno dopo giorno. Amori che vengono, amori che vanno, tensioni, il futuro che sembra incerto ma c’è: stiamo qui, a testa alta, ma non ci vestiremo mai da adulti. E poi sì: “Ho chiamato i miei insuccessi sfortuna. Maledetta sfortuna.”

Da quel momento ho visto i Fine Before You Came dal vivo svariate volte e non solo a Roma, appunto casa mia. Ovunque da nord, a sud. Sono diventate facce conosciute, amichevoli, praticamente ormai sapevo cosa avrebbero suonato e come, ma ogni volta era diverso. Ed aspettavo con il cuore acceso ogni loro nuova uscita: principalmente dischi, un singolo, un ep. Dischi brevi, mai prolissi, che vanno al punto giusto senza giri di parole.

Ed il bello è che i Fine Before You Came sono davvero cresciuti insieme a me e tante altre persone. Come un vecchio amico che vedi crescere. Nonostante una relativa popolarità (proporzionata ai numeri di cui parliamo quando parliamo di un genere di nicchia) acquisita tra “Sfortuna” e il successivo “Ormai” non si sono mai accodati alla moda imperante del featuring selvaggio, delle comparsate a casaccio, nonostante siano stati persino citati in un brano dei Cani di Niccolò Contessa: FBYC (Sfortuna) era uno dei brani più importanti del secondo album Glamour.

Quando è arrivata la notizia tramite newsletter (nel frattempo i FBYC sono spariti da tutti i social, tranne bandcamp: che modo romantico e demodè di parlare con tutte e tutti noi via lettera, seppur in formato digitale) di un nuovo disco dei cinque, io sono stato un po’ felice. Non posso dire di aver smesso di pensare a tutto il resto del mondo, ma questa notizia ha decisamente ridimensionato ad esempio, per rimanere in Italia, il carrozzone del Festival di Sanremo dietro il quale, per motivi a me sconosciuti ci si rincoglionisce in massa da qualche anno a questa parte o i risultati deludenti del campionato di calcio o i bisticci in politica: un disco dei Fine Before You Came è sempre qualcosa di speciale che in qualche modo annulla il superfluo.

Il disco si chiama Forme Complesse e ha sette canzoni dentro. Nella newsletter lo avevano descritto con un aggettivo: fragile. E, giuro, mai nessun aggettivo sarebbe stato più giusto per descrivere questo lavoro. Forme Complesse è il disco più “soffice” della discografia dei FBYC: i ritmi non si alzano mai, lo spazio si dirada, la voce di Jacopo è profondissima. Sono lontane, ma presenti nello spirito, le grida dei primi lavori in italiano. Sembra di essere con loro, nello studio vicino al Lago di Como dove hanno registrato l’album, per quanto questo disco sia così “intimo”.
Come un amico che ti racconta quello che è successo dall’ultima volta in cui vi siete visti, quattro anni fa, cioè quando uscì il precedente “Il Numero Sette”. La tua vita è diversa, la sua pure: di mezzo è successo di tutto.

Come al solito non mi interessa troppo parlare della musica in sé, sta lì su fbyc.bandcamp.com se volete. Non posso che consigliarvela. Ma mi piace raccontare un aneddoto particolare, che già ho scritto da qualche parte, ma repetita iuvant: era il pomeriggio di qualche settimana fa e stavo in macchina in una strada che conosco molto bene e che ho fatto mille volte, Via di Torre Spaccata.
Avevo rimesso Forme Complesse nello stereo per riascoltarlo, per capire meglio, per sentire cosa volesse raccontare Jacopo con l’ausilio degli altri quattro ragazzoni, con più tranquillità. Adoro ascoltare la musica in macchina, è il modo perfetto per me. Chi lo sa perché.
Beh, ho un metodo infallibile per capire se qualcosa mi parla al cuore: con le parole di qualcun altro, spesso e volentieri di chi canta una canzone, posso ricamare una storia tutta mia, solo mia, che non racconto a nessuno.
E non capita spesso, anzi, di solito sono molto più freddo, forse per un sentimento di autoprotezione. In questo caso è successo, proprio al semaforo di Via di Torre Spaccata, la canzone si chiama Cogoleto ed è la numero tre di Forme Complesse.
Ho immaginato io te e il cane in una gita fuori porta ad osservare come l’errore di un solo uomo mandi in malora un’intera città. Dormi amico mio. Qui ci pensiamo poi.” canta Jacopo. E io ho visto la scena, l’ho dipinta nella mia mente, si è fatta reale.
E lì il cuore si è scaldato, l’emozione è salita e ancora una volta il pensiero che i Fine Before You Came siano qualcosa di prezioso si è concretizzato. I Fine Before You Came sono e sempre saranno Marco, Filippo, Jacopo, Marco, Mauro scrivono i nostri in ogni disco. Bentornati, come sempre e grazie.
A presto.

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