Paolo Bardelli – 1991. Il Risveglio del Rock (Intervista esclusiva)

Francesco Giordani per Triste©

Nel 1991 avevo sei anni e l’unico ricordo che serbo di quell’anno è inevitabilmente legato al mio brillante debutto nella scuola elementare. Invidio dunque chi all’epoca di anni ne aveva magari anche dieci più di me e poteva dunque viversi le sue strabilianti epifanie musicali (e che epifanie, come vedremo…) rigorosamente “in tempo reale”, fra riviste, negozi di dischi, programmi radiofonici o televisivi, cassettine duplicate con tracklist diligentemente redatte a penna.

Un mondo che ho appena sfiorato quando già andava sgretolandosi davanti ai miei occhi e che oggi posso solo immaginare, non senza un sottilissimo piacere di archeologo dilettante, sfogliando le pagine di un libro come 1991. Il risveglio del rock. Brit pop, trip hop, crossover, grunge e altra musica eccitante. Uno studio poderoso, capace di coniugare felicemente le esigenze divulgative di una trattazione storiografico-enciclopedica con un godibilissimo senso del racconto che non rinuncia a ricordi e riflessioni più personali. Sono stato quindi molto felice di scambiare un po’ di idee con Paolo Bardelli, già autore nel 2019 di una Piccola guida agli anni Dieci. 50 fatti, 50 album, 50 canzoni e da anni una delle anime del sito di approfondimento musicale Kalporz.com, sulle cui pagine, almeno due ere fa, debuttò peraltro, con una per fortuna presto dimenticata recensione dei Fratellis, anche il sottoscritto.

Partiamo dal titolo che contiene già una tesi piuttosto forte quanto interessante. Perché ritieni che il 1991 -e non ad esempio il 1989, su cui pure ti soffermi nel testo-, sia stato l’anno “del risveglio” del rock? 

Innanzitutto per una questione numerica: il numero di album rimasti nella memoria collettiva che ha sfornato quell’anno è impressionante, così come la varietà dei generi coinvolti. Però non vorrei sembrare arido: a me è parso ritrovare una motivazione di rinnovato spirito positivo in quell’anno in cui, caduto il Muro di Berlino sul finire del 1989, tutto era possibile, sia nella musica sia per una speranza di inclusività e dell’affermarsi di nuovi diritti e sensibilità giovanili (pensiamo ai banchetti di impegno civile alla prima edizione del Loolapalloza, appunto nel 1991) che sembravano rendere il futuro se non roseo, quantomeno in miglioramento. Ma in realtà un po’ hai ragione, perché il tempo è un flusso e mica si fa incasellare, quindi sì, in alcuni punti ho dovuto partire dal 1989 per arrivare al mio anno, soprattutto in relazione al baggy vs. britpop così come per il crossover (il 1989 ha visto l’uscita di The Real Thing dei Faith No More e Mother’s Milk dei RHCP). E comunque se avessi voluto darti una risposta tranchant era facile: perché è l’anno di Nevermind.

È quasi irresistibile la tentazione, visto anche il trentennio (sigh!) che li separa, provare a mettere il 1991 e il 2021 a confronto. Me ne rendo conto, manca ancora qualche settimana alla fine del 2021, tuttavia possiamo affermare senza tema di smentita che esso non sia stato un anno esattamente memorabile per il rock (ad eccezione forse dei Maneskin, su cui torneremo), anche per fattori evidentemente esterni ad esso. Eppure anche il 1991 non fu certo, dal punto di vista storico, un anno di spensieratezza ed euforia. Dovessi però chiederti cosa di fondamentale è cambiato da allora e cosa invece è rimasto invariato o è addirittura migliorato per il rock, cosa mi risponderesti?

In effetti il 1991 si aprì con la Guerra nel Golfo e questo fu un trauma per la mia generazione, ma che forse ci rese più consapevoli su quello che volevamo, ovvero un mondo senza guerre (oggi ti risponderei senza guerre “inutili”)… Tornando al rock: è cambiato che oggi non si vende più la musica, mentre allora le case discografiche facevano soldi a palate con tutti i formati fisici che erano commercializzati (cd, vinili, cassette). La fruizione attuale “liquida” in streaming ha modificato sia la produzione, più accessibile a tutti, sia la frammentazione, per cui oggi si fa più fatica a focalizzare quelle “scene” che invece allora erano più limpide, seppure in un’epoca di quasi buio informativo rispetto ad oggi. La scena di Seattle, di Bristol, esistevano davvero, e l’attenzione mediatica – o quantomeno di quei pochi media musicali che esistevano, giornali e radio ma anche MTV – creava una narrazione per cui noi dalla provincia sognavamo quelle realtà musicali. Che anche gli investimenti ancora massicci delle major contribuivano a foraggiare. Non sono però d’accordo con te su un punto: il 2021 è stato per me un anno di rifocalizzazione del rock dopo un lustro di “dominazione pop”: io credo che in un’epoca di distanza e in cui la comunicazione è diventata solo digitale per via dei confinamenti, la gente e anche i ragazzi sentano l’esigenza di riscoprire l’energia “sudata” del rock: la definitiva affermazione del post punk, già iniziata qualche anno fa invero, lo dimostra, ma anche le esperienze di gruppi come i Turnstile, un hardcore melodico che ha conquistato un po’ tutti. Spero non sia solo una mia impressione e soprattutto spero di non sbagliarmi.

Credi che la contaminazione tra i generi sia ancor oggi centrale come poteva esserlo agli inizi degli anni Novanta? O la disponibilità immediata di tutto lo scibile musicale ci ha paradossalmente fatti ritornare ascoltatori per lo più ostaggio di bolle impenetrabili, di micro-nicchie spesso asfittiche? 

Credo più la seconda, la contaminazione non interessa un granché: in un’epoca di “continuo revival” mi pare che le band cerchino di incanalarsi in un segmento di generi del passato o comunque già esistenti, per avere subito il pubblico relativo. La possibilità di attingere a tutti gli archivi musicali rende il passato attuale mentre anni fa questa operazione era condizionata dall’avere nella disponibilità fisica l’oggetto di riproduzione musicale. Ed è un peccato perché la contaminazione è stata proprio l’humus che ha fatto ricrescere il rock negli anni Novanta.

Sempre nell’introduzione ti soffermi su un’interessante querelle riguardante il libro di Simon Frith “Il Rock è finito?”, tradotto in Italia nel 1990, nel quale si teorizzava una possibile “morte” del rock, ormai ridotto a merce o prodotto meramente pubblicitario. È curioso come ciclicamente, soprattutto in coincidenza della fine di ogni decennio, torni in auge la questione della morte del rock, sia essa intesa come crisi delle “chitarre” sia come irrilevanza tout-out di un insieme di comportamenti o pratiche culturali assimilati dall’industria dell’intrattenimento (il cosiddetto “sistema”).  Secondo te perché il rock, forse da quando esiste, non smette di morire?


Perché le generazioni cambiano, e le generazioni precedenti – sentendo il rock della generazione successiva – dicono che il “rock è morto”. Ma è una questione solo nostalgica, e che io non accetto, è un indizio di arteriosclerosi incipiente. Ogni generazione ha il suo rock, quello buono e quello meno. Poi sì, il rock è nato negli anni ’50 ed è ovvio che oggi sia un po’ acciaccato, però nel tempo mi pare che abbia attratto a sé linfa vitale dagli altri generi, e con il “nuovo sangue” si sia rigenerato: negli anni ’90 è accaduto con la house, il metal e il rap, così come negli anni ’70 era stato per il funk e il jazz. Si tratta di vedere ora dove va a succhiare energia, non sono sicuro da che parte ma sarei pronto a scommettere che anche in futuro, in qualche modo, tornerà fuori un rock che ha “vampirizzato” qualcos’altro e si è ringiovanito.


Nel libro ti interroghi anche sulla connotazione post-ideologica del rock anni 90. Puoi spiegarmi meglio questo punto? 

Questo è un punto a mio parere nodale: la nostra generazione è stata la prima che è emersa dalla Guerra Fredda e lo ha fatto con in tasca la presunta “vittoria” degli ideali occidentali. Questo ci ha resi, noi e credo i nostri idoli musicisti, più concreti nel focalizzarci sui diritti individuali invece che “perdersi” nelle grandi ideologie che non c’erano più. Quindi non è che non credevamo più a niente, semplicemente potevamo combattere nuove battaglie individuali e collettive, come quella per l’ambiente, ma anche – come rovescio della medaglia – potevamo contare sulla libertà di non essere “impegnati”: se è il focus è l’individuo, è lui che decide se agire o meno in modo politico, non ha un’ideologia che glielo impone. Così la nostra generazione si è liberata una volta per tutte dai sensi di colpa di un mancato impegno politico nella musica, il che – a mio parere – ha facilitato la creatività artistica perché per me l’arte deve essere libera e non necessariamente politica.

Il libro non tratta specificamente il cosiddetto “rock italiano” che pure in quegli anni iniziava ad assumere una fisionomia che avrebbe poi caratterizzato l’intero decennio dei Novanta. Ci sono motivi particolari per questa scelta?

Perché il 1991 in Italia era ancora presto, quel rinnovamento da noi arrivò dopo, e potrei datarlo con “Kodemondo” dei C.S.I. (1993) e l’inizio dell’avventura dell’etichetta dei Dischi del Mulo. Il modus operandi sperimentato negli States nel 1991, ovvero quello di major che pubblicavano dischi di gruppi che facevano musica “pesante” e “difficile” viene esportato da noi qualche anno dopo. Nel 1991 in Italia al primo posto, nella classifica dei 45 giri, c’era il Gabibbo, non so se mi spiego.

È notizia di poche settimane fa l’apertura di un concerto dei Rolling Stones a Las Vegas affidata ai Maneskin, che va di pari passo con il successo ormai inspiegabilmente planetario di questa band, forse la prima nella storia del rock italiano a conquistare platee mondiali di simili proporzioni. Al netto di quella che può essere la tua opinione sulla musica di questa band, la vicenda è da prendere come un segno di vitalità per un genere che molti danno oggi per vecchio o appunto morto o è vero il contrario? 

È un segno di vitalità, certo, come non potrebbe esserlo? Con dei limiti: entra in gioco più che altro la voglia di certi ascoltatori di approcciarsi a qualcosa di diverso (almeno un poco): se ci mettiamo nei panni di un americano è normale che forse lui preferisca ascoltare una band di italiani che fanno un buon rock con una ottima immagine piuttosto che la solita band, dal suo punto trita e ritrita, che proviene da New York o Los Angeles. Per loro una band rock italiana probabilmente è qualcosa di “esotico”. Poi è vero che il linguaggio che usano i Maneskin è del tutto collaudato e di reprise di roba del passato (anglosassone/americana, appunto), ma non riesco a non cogliere la chiave di lettura di questo successo planetario dei Maneskin nella “stranezza”, per un qualsiasi ascoltatore estero, di essere di fronte a una rock band italiana brava e credibile. E bravi lo sono indubitabilmente. Io non li ascolto, ma sento il loro sound molto frizzante, anche se non originale, e tifo per loro: la loro epopea è quasi commovente.

Mi ha fatto molto piacere ritrovare nel libro ampi stralci di recensioni e articoli ripescati dalle riviste di allora, italiane e internazionali. Fa un certo effetto leggere come in tempo reale venissero recepiti Screamadelica o Out of Time, piuttosto che gli Slowdive, gli Smashing Pumpkins o i Nirvana, fra reazioni tiepide o imprevedibili intuizioni profetiche del recensore di turno. Come ti sei mosso per recuperare i materiali?

Ebay! Santo subito. Sì, grazie a questo lavoro di recupero delle riviste fatto per il libro mi è venuta una passione insana per tutta la carta stampata musicale del passato, che al tempo compravo ma le limitate finanze di un ragazzetto come me erano più utilizzate per i cd più che per le riviste, ovviamente. Oggi è il contrario: con 10 euro al mese hai tutta la musica che vuoi, mi pare più sensato investire un po’ più di soldi nella carta, che quella non la troverai più “a comando”.

Sempre a questo proposito, e pensando all’importanza che avevano radio, tv ma anche riviste tematiche nel 1991, inevitabilmente devo chiederti, essendo tu peraltro da anni attivo anche come giornalista musicale e recensore, un punto di vista sulla “critica rock” contemporanea. Serve ancora recensire i dischi in modo canonico? È più proficuo parlarne su Facebook o in una storia Instagram con link diretto a Spotify? E chi legge le recensioni oggi? Come si costruisce oggi secondo te il gusto o anche un “consenso” sul rock contemporaneo? Dimmi la tua.

Se fossi in grado di risponderti a domande del genere probabilmente mi pagherebbero bene in un lavoro per una casa discografica o una situazione editoriale! Non lo so, io credo ancora nella recensione “canonica” perché ha assunto oramai una forma letteraria, che come tale non muore. Però è indubitabile che oggigiorno la fruizione è più veloce e “smart” è quella video o audio e quindi in questo senso credo che gli youtuber e chi fa podcast siano più sul pezzo di noi che scriviamo, e ammetto che loro lo fanno con il nostro stesso approfondimento. Diverso il caso delle “stories” e altri linguaggi mordi e fuggi, su quello sono più scettico che possano essere strumenti per una critica musicale di spessore. Però val la pena ancora fare critica musicale, a mio parere: proprio perché tutta la musica è nebulosa e frantumata c’è bisogno di qualcuno che provi a rimettere a posto i cocci. O forse è giusto anche solo per la bellezza di discutere di una passione, e di scoprirne la condivisione con altri esseri umani.

Tornando al 2021. Nevermind, Ten, Gish, Loveless, Blood Sugar Sex Magic, LeisureHai anche tu la sensazione che negli ultimi anni nessun album abbia avuto un impatto paragonabile a quelli appena menzionati? Personalmente devo risalire almeno a The Suburbs (2010) degli Arcade Fire per ritrovare l’ultimo disco-evento che ho percepito come tale. Secondo te perché accadde questo?

Perché nel 2011 Spotify è approdato negli Stati Uniti, e da allora lo streaming ha reso il panorama musicale simile a un mare dove vedi solo l’orizzonte, il tuo occhio può guardare tutto ma non riesci a focalizzare nulla. Sono d’accordo su The Suburbs degli Arcade Fire: è stato come un ultimo album generazionale, e la magniloquenza del linguaggio della band canadese acuì quella sensazione di “disco-evento”. C’è anche da dire nel 1991 e nel pre-2011 la durata di “vita” di un disco era maggiore: magari ci voleva qualche mese perché l’album si facesse notare, e poi i tre o quattro singoli, accompagnati dai relativi video, venivano centellinati ogni paio di mesi, per un tempo complessivo di un annetto. Pensiamo a “Nevermind”: esce il 24 settembre 1991 ma solo a gennaio ‘92 finisce primo su Billboard, e qui in Italia esplode praticamente in pieno 1992. Impossibile oggigiorno, già facciamo fatica a concentrarci sugli album usciti qualche venerdì prima.

Chiudiamo con la più classica delle domande. Indicami i dieci dischi del 1991 che davvero non possono mancare nella collezione di un vero devoto del rock.

Dieci sono tanti, ma per il 1991 non sono poi così tanti: ebbene, in ogni caso per non citare sempre gli stessi dividerei 5 classici – con ovvie dolorose rinunce – e 5 meno “scontati”. Tra gli storici direi “Nevermind” dei Nirvana, “Temple of The Dog”, “Leisure” dei Blur, “Gish” degli Smashing Pumpkins e “Blood Sugar Sex Magic” dei RHCP, tra gli outsider segnalerei di andarsi a riascoltare “Slinky” dei Milltown Brothers, il primo dei Mr. Bungle, “Life ‘n Perspectives of a Genuine Crossover” degli Urban Dance Squad, “The Ruby Sea” dei Thin White Rope e “Peggy Suicide” di Julian Cope. Ce n’è per tutti i gusti.


Paolo Bardelli
1991. Il risveglio del rock. Brit pop, trip hop, crossover, grunge e altra musica eccitante
Arcana, 2021
352 pp
€ 18

Il libro può essere acquistato qui.

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