Damon Albarn – The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows

Francesco Giordani per TRISTE©

Devo essere onesto. Avevo deciso che l’ultimo disco di Damon Albarn sarebbe stato anche per me l’ultimo. Aspettate però ad alzare il vostro sopracciglio. Con “ultimo” intendo ultimo disco “fisico” (nel caso specifico, compact disc) da comprare in un negozio, escludendo da tale novero, com’è ovvio e giusto, tutti i dischi che continuerò ad acquistare prima o dopo i concerti a cui mi sarà ancora concesso di assistere, doveroso omaggio pecuniario a chi lotta fisicamente con noi in prima linea, armato di plettro, amplificatore e chitarra a tracolla.

Forse vi starete chiedendo: e perché mai proprio Damon Albarn? Semplice. Perché Parklife fu il mio primo “ciddì” comprato in negozio, venticinque anni fa. Mi piacciono le simmetrie, che volete farci.

Il punto è che chiudere il cerchio (o il disco, se preferite) si è rivelato meno semplice del previsto. Provate ad immaginare il mio sgomento nell’entrare in uno dei più famigerati e meglio forniti negozi discografici della Capitale, accolto dalle torbide spirale sossofonistiche di The Tower of Montevideo, per poi scoprire, a mia istantanea richiesta, che no, l’album non era disponibile in formato cd (in un’altra occasione vi spiegherò perché non compro novità in vinile), benché esso stesse beffardamente risuonando attorno a me, in tutta la sua magniloquenza, all’interno della capsula pulsante di musica albarniana che era diventato il negozio nel frattempo.

Non un gran novità per me, ad esser franco, visto che appena un anno fa, dopo aver stabilito che quello di Paul McCartney a Lucca sarebbe stato il mio “ultimo” grande concerto (anche qui: fatte salve tutte le ristrette esibizioni che val sempre la pena di presenziare e sostenere), non serve certo che specifichi cosa sia poi successo (per un curioso caso, di questo mio ultimo concerto irrealizzato, oltre al rimborso, mi rimane paradossalmente anche un biglietto cartaceo o meglio “analogico”).

Ma torniamo a parlare del nostro Damon Albarn, artista dalle mille vite, penultimo cantore (essendo l’ultimo Pete Doherty) di quella crepuscolare, agrodolce inglesità, per lo più londinese, immortalata nel triplice monumento sonoro Modern Life is Rubbish/ Parklife/The Great Escape (con coda in dissolvimento nella postilla The Good The Bad and The Queen). Dapprima erede unico del King Kink Ray Davies (con il quale ha pure duettato) e poi, quasi a smentire ogni localismo anglicizzante, scapigliato, a tratti sontuoso, apolide della musica-mondo, fondatore-mecenate di etichette a tema, compositore neo-operistico, burattinaio di band concettual-olografiche capaci di sbancare al botteghino del mainstream.

Il suo ultimo lavoro in studio, concepito inizialmente come progetto orchestrale (occhio, oltre ai vari intermezzi, anche alla chilometrica ghost-track, non aggiungo altro…), in conseguenza dei recenti stravolgimenti storici si è presto evoluto in un album di canzoni riluttanti, scritte e registrate nello studio casalingo che Albarn possiede in Islanda, nazione di cui nel frattempo l’Inglese è pure diventato cittadino onorario. Album che, diciamolo subito chiaramente, soverchia a mani basse il precedente Everyday Robots, racchiudendo in sé il Libro dell’Inquietudine di un artista “out of time” per destino come Albarn. Ma più che a Bernardo Soares, l’Inglese guarda in effetti a Jules Verne (Esja è infatti, secondo la ricostruzione di Albarn, il vulcano islandese da cui parte il Viaggio al centro della Terra) e soprattutto al prediletto poeta romantico -in Italia poco noto ma finalmente tradotto – John Clare, da cui viene il bellissimo distico che titola album e canzone (potete leggere il resto della poesia qui).

Rimbalzando come la palla di un flipper metafisico fra questi due estremi, Albarn porta a compimento la sua spedizione al centro della Terra e di Sé stesso, puntando dritto all’Essenziale, a ciò che, ancora una volta, è “fuori dal tempo” e dunque può durare. Dietro un’apparente, quasi arrendevole, semplicità d’espressione Polaris, Particles, Royal Morning Blue, Darkness to Light sono canzoni così potentemente capaci di aderire al nostro adesso proprio grazie al loro sporgersi, in punta di piedi, da un tempo altro, sospeso, forse eterno, quasi a suggerire una via “a ritroso” invisibile che vale la pena di provare a seguire.

E in sospeso rimane pure il mio ultimo disco, a conti fatti. Che l’abbia poi comprato o meno è un segreto che non vi svelerò mai. O che forse vi ho già svelato, sin dall’inizio.

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