Burial – Antidawn

Vieri Giuliano Santucci per TRISTE©

Non so se, quando (quanto) e dove siete usciti ultimamente. Ma se come me vi siete fatti qualche giro di sera nei primi giorni di questo nuovo anno, ed in particolare nel week-end successivo all’epifania, forse avrete percepito la mia stessa strana sensazione.

I lockdown sono ormai lontani, ma nell’aria c’è qualcosa di ancora più inquietante della totale assenza di persone che aveva caratterizzato le chiusure forzate di inizio pandemia. I locali non sono necessariamente vuoti (anzi in molti casi sono anche pieni, ma questo è successo a partire dall’ultimo week-end), ma sono svuotati di vitalità. La gente, in generale, sembra rassegnata a questa situazione di perenne incertezza e insicurezza.  Potremmo chiamarlo realismo pandemico, perché con il realismo capitalista di Mark Fisher ha una cosa in comune: “there is no alternative” a questo straniamento, a questo stato di emergenza prolungato e a questo mettere tra parentesi il mondo e le nostre vite.

Così quei quartieri, quelle città che ci sono ben noti si ammantano di un velo perturbante, di quella sensazione da uncanny valley che rende inquietante qualcosa che, al tempo stesso, ci è familiare. E a “sonorizzare” questa realtà alterata non poteva che essere William Bevan, ai più noto come Burial, uscito da poco con Antidawn, nuovo EP di 5 tracce che è anche la release di inediti più lunga dai tempi dello splendido Untrue del 2007.

Il pezzo che apre il disco sembra cogliere in pieno questa situazione: Strange Neighborhood (appunto) ci accompagna con sonorità estremamente rarefatte verso luoghi conosciuti ma disturbanti. Non c’è spazio, in Antidawn, né per la maliconia per il passato né per per la nostalgia del futuro, quella hauntology richiamata da Fisher e Reynolds che impregna i primi dischi del musicista inglese. Passato e futuro (anche se impossibile da raggiungere) spariscono per lasciare spazio ad una landa immersa nella nebbia di un presente stagnante.

Antidawn reduces Burial’s music to just the vapours”. Così l’artista descrive il suo nuovo EP, che sposta decisamente la produzione di Burial verso un’elettronica ambient che, seppur già sperimentata in più pezzi negli anni passati, non era mai stata presentata in modo così deciso. Ma questo viaggio nella notte, seppur inquietante, riesce comunque a riscaldare grazie ai tappeti di organi, ai sample vocali eerie e celestiali al tempo stesso e ad una generale sensazione di pace ovattata che si fa strada piano piano durante l’ascolto.

Certo, anche questa potrebbe essere una trappola: adattarsi a questa nuova realtà, abbandonare il futuro trovando conforto negli aspetti familiari di un presente distorto e corrotto. Ma forse c’è un’alternativa a tutto questo, e l’unico modo per trovarla è passare attraverso questa oscurità.

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