Yard Act – The Overload

Francesco Giordani per TRISTE©

Ho come una sensazione. Ovvero che l’album d’esordio degli Yard Act in qualche modo suggelli e probabilmente anche chiuda una stagione del nuovo rock albionico (per comodità -e pigrizia critica, diciamolo- derubricata ben presto nel poco fantasioso contenitore “post-punk”) che, tra entusiastiche accensioni e delusioni più o meno sparse, noi (talvolta nevrotici) chiosatori del Verbo britannico abbiamo vissuto nell’attesa costante, quasi messianica, del Disco definitivo.

Dal 2013 di Auterity Dogs degli Sleaford Mods (ma anche, mi piace qui rammentarlo, di Champagne Holocaust dei Fat White Family) fino al 2022 di The Overload, di acqua discografica all’ombra del Tower Bridge ne è passata moltissima e discernere cosa si sia depositato lungo gli argini, modellandone la forma, e cosa invece si sia disciolto nella corrente acida della Storia, risulta impresa assai ardua, se non ancora fattivamente impossibile.

Quel che invece appare già sufficientemente facile da prevedere è la vasta fortuna di questo debutto degli Yard Act, band di Leeds che, costituitasi appena due anni fa, poco prima del lockdown (ed è il primo gruppo post-pandemico di cui ho personalmente notizia), è nel giro di pochi mesi assurta ai vertici di una filiera promozionale scalata con abilità a tratti sbalorditiva: contratto con la Island, endorsement di lusso firmati sir Elton John, ospitate allo show Later… with  Jools Holland, sigle di Fifa 2022 e stampa uniformemente schierata con fuoco a favore.

Qualche riga più sopra ho scritto Leeds e post-punk ma il pensiero non vi corra troppo affrettatamente al medagliere cittadino di Gang of Four, Mekons, Delta 5 o Scritti Politti. Sebbene il frontman James Smith abbia lealmente riconosciuto di aver contrabbandato “qualche trucco” dal suo omonimo Mark Edward dei Fall, (“ad esempio il fatto il mettere uh alla fine di certi versi”, si legge in un’intervista rilasciata al nostrano Rumore), lo stesso Smith rivela ad ulteriore domanda di mutuare il suo caratteristico sprechgesang (rubo la geniale definizione al collega Amoroso) piuttosto dall’hip hop prediletto di Public Enemy, Dr. Dre, De La Soul o Mob Deep.

Ed effettivamente poi la velenosa parlantina degli Inglesi colpisce nel segno proprio quando eccede il canone post-punk propriamente detto, coniugando una certa vena britannica per il vignettismo critico-moraleggiante (che da William Hogarth arriva fino a Jarvis Cocker, pressappoco) con forme musicali ibride, crossover avremmo detto in altri tempi, spesso felicemente sospese fra il ballabile e l’ipnotico.

Tra gli episodi più compiuti si impongono da subito la tropicaleggiante Payday (sottospecie di sambaaccelerazionista), Land of the Blind, Tall Poppies, e soprattutto la conclusiva 100% Endurances, che è senz’ombra di dubbio il miglior gancio del disco, anche grazie ad una propulsione ritmica che si risolve poi nel nitore e nella grazia imprevedibilmente soul di un chorus “classico”: It’s all so pointless /It is and that’s beautiful, l find it humbling, sincerely/ And when you’re gone/ It brings me peace of mind to know that this will all just carry on/ With someone else (Someone else)/ With something new (Something new)/ No need to be blue.

Con questi romantici versi si congeda da noi il sardonico cabaret degli Yard Act, indeciso fra una sfrigolante satira della civiltà dei consumi (che, all’ombra dei miti neo-liberisti della crescita, ci sta inesorabilmente accompagnando all’estinzione) e uno scaltro sfruttamento dei suoi “algoritmi” comunicativi, come visto. Contradditorio? Certamente sì ma la band è la prima a saperlo se poi sceglie di mettere “in scena” questa peculiare dissociazione, ricordandoci come tutto, nessuno escluso, anche noi, sia oggi imprigionato (suo malgrado?) in essa.

Ed è proprio questo il principale merito degli Yard Act.

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