FKA twigs e gli altri – Gli ascolti di Carlotta.

Carlotta Corsi per TRISTE©

A volte si dice che i silenzi parlino più delle parole e, fondamentalmente, quello che sto cercando di interpretare è il mio silenzio.
Non è voluto, sia chiaro. E’ solo che al momento non saprei esprimermi diversamente forse perché adesso non ho nulla da dire e, tendenzialmente, questi grossi buchi di narrativa spesso trovano la loro colonna sonora ideale nel mio assente ascolto.

In questo periodo non ho seguito in maniera continuativa e profonda il lavoro di nessun artista e la cosa mi fa tanto male, ma un qualcosa almeno, si è riuscito ad insinuare nelle mie orecchie e a rimanerci un po’ più a lungo.

FKA twigs – Caprisongs Mixtape

Tahliah Barnett, innanzitutto. Lei ha “costruito” negli anni un’incredibile estetica attorno a FKA twigs, attraverso la sua stessa fisicità -voce compresa- e agli innumerevoli modelli visuali possibili nei videoclip e non solo.
Per me ascoltarla è sempre stata un po’ come confrontarmi con qualcosa di molto profondo e necessario, oscuro e viscerale.
Insomma se avevo bisogno di un bagno nella stranezza della mia umanità spesso mi ritrovavo su Magdalene (2019), un album magistrale.
Questo nuovo mixtape è qualcosa di decisamente meno “costruito”: a prescindere dalle difficoltà personali della cantante, note ormai a chiunque, è chiaro che lei qui sia alla ricerca di una versione più “umana” e leggera di se stessa, meno eterea ed estetica, ma semplicemente terrena e forse, più che mai radicata nelle proprie radici.

Bonobo – Fragments

Ammetto di non aver ascoltato tutto l’album, ma i singoli che lo hanno preceduto sì.
E lo so: è tipico della mia generazione ascoltare singoli qua e là e pretendere di aver fatto un vero ascolto, ma, anche in questo modo, non posso che ribadire quanto le scelte delle collaborazioni di questo artista/produttore siano accurate: Jordan Rakei in Shadows, Joji in From You e Jamila Woods in Tides sono pure joy per le orecchie.
Simon Green è di certo uno degli artisti contemporanei più camaleontici e allo stesso tempo (e forse proprio per questo) sempreverdi della mia generazione.
Chiunque sia passato dall’adolescenza all’età adulta negli appena passati anni ’10, credo non farà fatica a darmi ragione.
L’humus musicale sul quale questo artista è in grado di far germogliare la propria musica è sempre incredibile.

Olvia Dean – Growth (2021)

What Am I Gonna Do On Sundays?
Sì, ci sono arrivata decisamente un po’ in ritardo.
Classe ’99, questa artista inglese ha davvero preso una mia domenica, annoiata e triste (come tutte le domeniche), e l’ha ribaltata, non solo perché in questo brano lei chiede al suo ex di lasciarle “almeno le domeniche”, come segno che qualcosa possa rimanerle di suo dopo la rottura, ma anche perché io odio le domeniche, appunto.
E, così, senza neanche accorgermene mi sono ritrovata a guardare il live prodotto per Amazon music che accompagna l’EP Growth, nel quale Olivia Dean si esibisce nei cinque brani in scaletta: Be My Own Boyfriend, Slowly, Cross My Mind, Fall Again e Float.
La scenografia è magnifica e la regista Nwaka Okparaeke ti porta all’interno di questo piccolo mondo nel migliore dei modi.
Non vedo l’ora di vedere questo nu-soul, già in boccio, fiorire definitivamente.

Nonostante la mia costante incostanza, spero ancora che presto riuscirò nuovamente a fermarmi e ad ascoltare di più, con calma e attenzione, il buon rumore della vita, quello che non soffoca e non assorda come il silenzio: la musica.

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