Jordan Rakei – Origin

Jordan Rakei

Carlotta Corsi per TRISTE©

Sono sempre stata molto affascinata dalla scienza e da tutto ciò di cui in realtà conosciamo poco: l’universo, il suo perché, le stelle e i pianeti che fanno il girotondo attorno al sole m’incantano, come una bambina che vede le luci colorate per la prima volta.

Nel tempo ho sviluppato questi interessi ed ho scoperto tutte le ramificazioni di origine antropologica e metafisica, troppo fascinose per me. Insomma, ho stretto la mano alla Hack, mentre strizzavo l’occhio a Paolo Fox.

Una congiunzione astrale, che si è verificata nell’ultimo periodo della mia vita, ha permesso, dopo tanto penare, il concatenarsi di alcuni eventi molto favorevoli e anche il ritorno del buonumore che so già esser passeggero, quindi, ho deciso di sfruttare il momento per ascoltare qualcosa in linea con questa parentesi felice e  Orgin di Jordan Rakei mi è sembrata la scelta migliore per facilitare l’attivazione della mia ghiandola pineale.

Jordan, neozelandese, cresce a Brisbane, in Australia e, a ventitré anni, si trasferisce a Londra dopo che nel 2013 viene conosciuto grazie alla pubblicazione (su Bandcamp) di Franklin’s Roomil suo primo EP, realizzato in completa autonomia.

Arrivato ai fatidici “ventisette”, al contrario di alcuni suoi coetanei, Rakei ha voluto esplorare, con il nuovo lavoro, un lato decisamente più morbido per quel che riguarda l’aspetto prettamente musicale, senza, tuttavia, sprofondare nella malinconia tipica di quella maledetta età. 

A un attento ascolto di Origin, suo terzo album, ho notato che i clap, il basso rotondeggiante, il ritmo incalzante e alcuni suoni elettronici la fanno da padrone nella maggior parte dei brani, quasi fossero un piccolo tappeto sonoro, o uno schema per meglio dire, sul quale Rakei si è appoggiato e concentrato per la stesura metrica di tutto il concetto.

I miei sensi lo percepiscono come una specie di brodo primordiale, tendenzialmente semplice, ma indubbiamente utile alla creazione e strutturazione dei brani. Purtroppo ne consegue una variante più piatta di quello che è realmente sempre stato il suo sound, ricco di elementi jazzy a sorpresa, da cui si esperiva la sua influenza londinese e l’amore per il neo-soul.

Riconosco, ovviamente, l’inconfondibile marcatura e forza duttile della sua voce che, per altro, è l’elemento che tiene la tensione alta fino alla fine del disco, facendomi sperare fino all’ultimo nell’appagamento delle mie aspettative: sì perché non nego che ne avessi mille mila su questo album e, non capitemi male, non ne sono delusa, ma avrei scommesso su un’evoluzione del suono decisamente più mindblowing rispetto a quella che viene presentata qui, soprattutto dopo le piccole anticipazioni che avevo avuto nei dischi di Carner, Misch e Alfa Mist.

Il vero nocciolo della questione in questo album, è da ricercare nella scelta dei testi, molto riflessivi e, come sempre, anche impegnati nel sociale e nel politico, che, però, possono però diventare ambivalenti rispetto a una situazione romantica, come nel brano You and Me (che oltretutto è uno dei pochi libero da quello schema di cui parlavo poco fa, dove si respira un po’ un Rakei più “tosto” a livello musicale). Potrebbero essere una seconda chiave di lettura di questo album  “in sordina”, che pare, altrimenti, davvero di “poco rilievo”.

Questo disco mi ha suggerito un continuo flusso di flash relativi al mondo, al modo in cui viviamo in esso e decidiamo di comportarci rispetto a questo. Come un flusso di pensieri e di immagini che si formano nella mente guardando un documentario del National Geographic, insomma.

Ascolto molto piacevole, dunque, e che ripeterò sicuramente, anche se non mi ha fatto brillare gli occhi come una bimba davanti a luci colorate.

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