The Monochrome Set – Allhallowtide

Francesco Amoroso per TRISTE©

Passi i “migliori anni della tua vita” a combattere, sudando, sgomitando, viaggiando, suonando, facendo tutto quello che puoi perché il tuo talento, la tua musica, la tua anima e il tuo cuore possano avere un qualche riconoscimento, una validazione esterna, possano rimanere per un po’ sotto i riflettori. Magari riesci anche a raggiungere un moderato successo, uno di quelli che tu stesso dici “di culto”, ma nonostante i tuoi sforzi, nonostante le tue capacità, nonostante la passeggera notorietà, arriva il momento di lasciar perdere. Di chiudere la chitarra, il basso e la batteria nelle proprie custodie, di trovare un lavoro “vero”, di diventare finalmente adulti, magari con una famiglia e una villetta bifamiliare con un po’ di giardino sul retro. E, intanto i tuoi strumenti prendono polvere in uno sgabuzzino oppure sei stato costretto a venderli per arrivare a fine mese o fare un po’ di spazio per l’ultimo arrivato.
Oppure no.

Oppure fai come The Monochrome Set.

Sì, perché se questo quadretto un po’ deprimente si può vagamente paragonare alla prima parte della storia di Bid (all’anagrafe Ganesh Seshadri) e dei suoi The Monochrome Set, è certo che il prosieguo della storia è ben lontano dallo squallore dell’epilogo appena descritto.

Di The Monochrome Set sento parlare da quando sono nato (musicalmente, s’intende). A metà degli anni ottanta la band londinese era già alla fine della propria parabola artistica e, nell’estate 1985, proprio mentre lasciavo il mainstream per tuffarmi nel magico mondo della musica indie, dopo una carriera prolifica ma piuttosto povera di soddisfazioni, decise di abbandonare definitivamente le scene.
Dalle nostre parti, tuttavia, l’eco dei quattro album (e dei numerosi e favolosi singoli) da loro incisi dal 1980 al 1985 (con l’aggiunta di Fin, album dal vivo, uscito nel 1986 a suggello del loro percorso artistico) era, in ogni caso, stata flebile. Nelle riviste specializzate si era parlato con un certo trasporto dei primi singoli usciti per la Rough Trade, così come degli album Strange Boutique, Love Zombies, Eligible Bachelors e The Lost Weekend, ma, probabilmente perse tra il post punk e la new wave, la canzoni melodiche, sghembe, piene di inventiva e arguzia di Bid e soci, non avevano fatto breccia nel pubblico.
Così, nonostante il loro nome ogni tanto saltasse fuori, soprattutto quali precursori di quel guitar pop che vedeva in band come The Smiths il proprio vertice artistico (e anche commerciale), i Monochrome Set sono rimasti un glorioso mistero per quasi tutto coloro che si sono avvicinati alla musica dalla seconda metà degli anni ottanta.
Un gruppo di culto, appunto.

Ma Bid, evidentemente, non solo aveva ancora tanto da dire, ma non era affatto convinto all’idea di mettere da parte gli strumenti e di chiudere il proprio talento in una grigia villetta di periferia.

E, così, dopo 5 anni di pausa, The Monochrome Set sono ritornati e hanno inciso tra il 1990 e il 1995 ben cinque album. Ma il momento era chiaramente quello sbagliato.
Fermi nel periodo in cui tutti si erano innamorati del sound elegante e melodico che arrivava dall’Inghilterra, i londinesi hanno ripreso a pubblicare album (sempre più eclettici, sempre più pieni di idee – forse troppe) nel momento in cui pubblico e critica avevano rivolto il proprio sguardo altrove: all’America del grunge e all’Inghilterra del Brit-Pop (una specie di guitar pop for dummies, nel suo versante meno ispirato).
E, così, ancora una volta, addio sogni di gloria (sempre che ce ne fossero).

Eppure Bid e i suoi sodali (non sempre gli stessi, naturalmente, ma sono da segnalare il bassista Andy Warren che, pur non facendo parte del primissimo nucleo originale, è presente nella band da sempre e il chitarrista Lester Square – nome d’arte, naturalmente – che ha abbandonato la band solo nel 2015) non sono paghi.
Sarà che si divertono comunque, sarà che hanno ancora qualcosa da dire, ma dopo alcune reunion e qualche concerto dal vivo, The Monochrome Set, a oltre quindici anni dall’ultimo lavoro, firmano per l’etichetta tedesca Tapete e ricominciano a incidere album. E che album!

Probabilmente definitivamente liberi da ogni vincolo, non più costretti nei confini di un genere o di una scena, Bid e soci sfornano album a ripetizione, sempre ispirati, sempre originali, non catalogabili e, soprattutto, pieni di canzoni magnifiche.
Accentuato il loro lato più teatrale e, anche grazie all’uso di tastiere e di arrangiamenti più elaborati, espansa la loro palette sonora, The Monochrome Set danno alle stampe ben sei lavori che, se non ne fanno una band di successo (evidentemente non era destino), senza dubbio fanno di nuovo brillare il loro nome nello scenario della musica indipendente.

Il loro pop spigoloso e asciutto, i testi arguti e provocatori, le melodie elegantissime e originali rimangono il marchio di fabbrica di The Monochrome Set anche nel nuovo album, Allhallowtide, il sesto del nuovo corso e quello che più richiama le sonorità del passato, pur arricchendole di sfumature inedite e arrangiamenti riuscitissimi.
Parlare di questo lavoro non è solo una forma di risarcimento nei confronti di una band che per motivi contingenti non era mai riuscita a entrare pienamente nel mio cuore, ma è anche una scelta dovuta all’altissima qualità che le loro composizioni raggiungono in Allhallowtide.
Oscuro, riflessivo, profondo ed elegante, questo album dovrebbe, se la giustizia fosse di questo mondo, (ri)portare Bid nell’olimpo dei migliori compositori e interpreti del pop degli ultimi decenni e, del resto, è del tutto evidente come stelle assolute come Morrissey o Neil Hannon hanno attinto a piene mani dal suo modo di scrivere e cantare.
Stracolmo di quella grazia schiva e non lineare e di quelle melodie cristalline eppure sempre piene di sorprese che hanno da sempre caratterizzato la produzione artistica della band londinese, il nuovo album ha qualcosa di più. Che sia l’enfasi sui cori femminili che conferiscono una patina senza tempo agli arrangiamenti, che sia il suono particolarmente caldo, nitido e a tratti sontuoso, che siano le canzoni, come al solito intelligenti e irriverenti, ma ancora più orecchiabili del solito, Allhallowtide non può che richiamare l’attenzione di chiunque ancora sia attratto dal pop chitarristico.

Caratterizzato da un’infinita quantità di idee compositive, infatti, il lavoro si rivela una scintillante raccolta di canzoni intrise di melodie adorabili e ambiziose: pop solare (Hello Save Me, Ballad Of The Flaming Man), passaggi oscuri e fascinosi (Resplendent In A Darkness o la incantevole e misteriosa title track), eleganza chitarristica (Box Of Sorrow, Moon Garden, My Deep Shoreline), fanno degli undici brani in scaletta dei piccoli e brillantissimi gioielli pop che suonano d’altri tempi eppure attualissimi. E la conclusiva Parapluie, per sola pioggia e pianoforte, è di una dolcezza disarmante.
Ne risulta un album complesso e articolato, eppure da subito affascinante, con canzoni e arrangiamenti elaborati ma immediatamente accessibili, che si rivelano sempre di più, a ogni nuovo ascolto.

Fa un po’ sorridere che, leggendo in giro, si citino a paragone i nomi più disparati, per la maggior parte molto più recenti di The Monochrome Set. E’ probabile che ciò sia dovuto alla difficoltà dei recensori di spiegare ai “giovani” una band che affonda le proprie radici nel passato e che, non di meno, è avanti anni luce rispetto a tanti contemporanei.

A volte, si diceva all’inizio, le band che si sono sciolte si riformano, che sia per soldi o semplicemente a beneficio dello zoccolo duro dei fan, magari imbolsiti e nostalgici. Oppure, semplicemente, perché non c’è niente di più noioso della mezza età, soprattutto quando per qualche tempo ti sei divertito tanto e hai pensato di poter rimanere per sempre giovane.
Ma queste reunion, di solito, funzionano poco.
Sarà che i tempi sono cambiati, sarà che, semplicemente, non hai più l’energia per affrontare tour e sale di registrazioni, sarà che parte del divertimento era fatto di follie che, ora, con l’età che avanza, non puoi più permetterti.
Ma soprattutto, di solito, non funzionano e non durano, perché è il pozzo della tua ispirazione che si è esaurito. E per quanto mestiere tu possa aver accumulato nel tempo, non c’è alcuna possibilità che tu possa replicare quanto fatto nel passato.
Oppure no.

Oppure ti chiami Bid e sei il frontman di The Monochrome Set e tutte queste chiacchiere che valgono per i comuni mortali, non valgono per te.
Non ne siete convinti?
Allhallowtide è qui per provarlo.

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