Kilo Kish e gli altri – Gli ascolti di Carlotta.

Carlotta Corsi per TRISTE©

Ho iniziato a notare dei tratti del mio carattere, abbastanza radicati, che proprio non sopporto. Certo, direte voi, basta che aggiusti un po’ di qui, un po’ di là e magari ti piaci anche di più. Il mondo ci insegna che tutto quello che vuoi è raggiungibile con della buona volontà, qualsiasi cosa, giuro, anche cambiare te stessa è possibile – perché appunto, la cosa più importante è essere la versione migliore di se stessi!
Ma no, non tutto è possibile e io, allora, sto provando ad andarmi bene anche così, imperfetta e per niente la migliore che potrei essere, ma senza ombra di dubbio me stessa al 100%. E quindi, per rimanere fedele a me stessa, anche se odio essere improduttiva quando non ho davvero nulla da fare, quando il silenzio delle mie giornate prende piede mi blocco. Ma mi sta bene così. Almeno ci sto lavorando.
E poi ancora: madonna che fatica l’ultima parte dei vent’anni. Non ti senti per niente “grande” ma in modo categorico rifiuti ogni senso di spensieratezza rimasta a nuotare nelle tue cellule. I miei ascolti stanno DECISAMENTE riflettendo questa confusione perpetua.

Kilo Kish – American Gurl

Indovinate che sollievo scoprire che Lakisha Kimberly Robinson – a.k.a. Kilo Kish – ha trentadue anni e spara musica che mi fa sentire più una Gen Z che una Millennial (di coda eh, però sempre Millie). Non che sia importante, ovvio, però delle volte mi trovo a gravitare sulle solite tre band che avevano fissa dimora sul mio mp3 dieci anni fa, soprattutto nei giorni in cui sono particolarmente confusa e non ho voglia di pensarci.
American Gurl è un album di derivazioni elettro-pop, di quella che copia la y2k ma con una tecnica produttiva tutta dei nostri tempi. Per spiegarmi meglio, il disco è una critica al consumismo e di base, è come se questo disco desse voce agli outfit di TikTok. E’ un lavoro che ha un’immagine forte e che finalmente dà una decisa connotazione estetica a quello che ci circonda, soprattutto a quello che circonda il mondo di noi ragazze, ferme nel tempo, senza rughe, e piene di lucidalabbra incredibilmente luccicosi.

Ethel Cain – Inbred

E qui parliamo delle vera Gen Z: Classe 1998, Hayden Silas Ahedonia mi ha completamente devastata con questo EP, uscito però ad Aprile 2021 e scoperto da poco, my bad. Per capirci, non mi sono informata nemmeno un po’ riguardo il concept dietro questo lavoro e dietro persino l’artwork della copertina – incredibile – perché ho voluto davvero immergermici dentro senza nessun tipo di influenza. Così, alla fine, ci ho ricamato sopra la mia storia, la mia versione del suo racconto, tutto mentre passeggiavo tra le colline, nel caldo di una primavera troppo calda per essere primavera.
“È un dream pop con forti influenze americane”, era l’unica cosa che riuscivo a pensare; Così mi dicevo “Ci sono suoni molto corali, gregoriani quasi, rendono il tutto ancora più etereo ma ripeto, incredibilmente radicato nell’America, quella del sud”. Hayden si identifica come donna transgender per il suo ventesimo compleanno e cresce in una famiglia Battista con un padre Diacono, mentre studia i cori in chiesa sin dalla tenera età. Ok. Hayden, sei arrivata dritta al petto allora.

Ibeyi – Spell 31

Lavender and Red Roses è un singolo potente: è la capacità delle sorelle Diaz di descriverci com’è rapportarsi con un individuo che fatica a rialzarsi da solo e che nel chiedere aiuto spesso ti trascina giù con sé, quello che mi sorprende. Nel video musicale, poi, tagliano questa corda, questo filo che unisce i due lati di una stessa medaglia (chi soffre e chi ne viene afflitto in primis) e il ritornello continua a incalzare “Lavender and red roses, lavender and red roses, lavender and red roses”, per me è una dolce poesia.
Tears Are Our Medicine è una favola detta in poco più che tre accordi, nel buio di una notte serena. Il loro sound è esattamente la trascrizione delle loro numerose mescolanze etniche di origine in nota: è analogico, è grezzo, la stessa voce è sempre dritta, poche vibrazioni, note pulite ma come un arco.

Blind Arrowhead – to sleep, to dream, to die

Ho visto nascere e morire questo progetto fin troppe volte nel corso degli ultimi anni. Se c’è una persona che sa descrivere bene la melodia in ogni suo progetto è proprio Massimiliano e, in questo caso, c’è riuscito in pieno. Abbiamo vibrati, distorsioni, ampiezze di suoni e un pizzico di Radiohead, che non fa mai male.
La generazione che grida con i silenzi, con la propria arte nascosta, con le distanze e l’infinita inettitudine espressa ed esperita senza sosta in ogni nostro piccolo gesto, qui, è compressa e allo stesso tempo senza fine.
Ci vogliono le lacrime agli occhi a volte per gestire progetti in solitaria e in autonomia come quello di Blind Arrowhead: sul suo instagram ci sono dediche ad una persona che oggi non esiste più, ma io ricordo, come fosse ieri, tutto quanto, il nostro rocambolesco e goffo modo di sfuggirci di dosso, tra le strade di Firenze in attesa di un concerto mozzafiato, che ci cambiasse nel profondo.
A voi l’ascolto, a voi il cambiamento.

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