
Francesco Amoroso per TRISTE©
Un sophomore slump (crollo del secondo anno) avviene quando uno studente (o, più spesso, un atleta) al secondo anno non riesce a essere all’altezza degli standard relativamente elevati che ha mantenuto durante il primo anno. Nel Regno Unito, il sophomore slump è più comunemente indicato come second year blues, mentre in Australia è noto come second year syndrome ed è particolarmente comune quando ci si riferisce ad atleti professionisti che hanno una seconda stagione mediocre dopo un debutto stellare. Nella musica, una tendenza simile al sophomore slump è il difficult second album o second-album syndrome, spesso caratterizzata da difficoltà nella scrittura dei brani e nel tentativo di cambiare il proprio stile musicale.
Da ragazzino, quando leggevo avidamente i giornali inglesi per scoprire musica e artisti di nicchia, mi trovavo spesso di fronte a recensioni che parlavano del fatidico difficult second album e, da allora, ho di frequente riscontrato la difficoltà delle band che riuscivano a esordire con lavori di enorme successo di pubblico e/o di critica, a replicare quel successo con il secondo album.
Adesso che ho scoperto che la crisi del secondo anno (o del secondo album) ha addirittura una sua voce su Wikipedia, sono ancora più timoroso ad avvicinarmi ai secondi album di band i cui debutti mi hanno stregato.
E’ il caso degli inglesi bdrmm, provenienti da Hull, che con il loro esordio Bedroom, uscito esattamente tre anni fa, avevano rinverdito i fasti dello shoegaze ed erano entrati di diritto tra le band più promettenti della scena inglese.
Il cambio di etichetta, dalla Sonic Cathedral alla Rock Action di Stuart Braithwaite, e un attesa che si stava facendo troppo lunga (spezzata solo da un paio di singoli, comunque decisamente convincenti) mi hanno fatto preoccupare ulteriormente. Mi sono chiesto se i quattro giovani inglesi non fossero bloccati, alla ricerca di nuove soluzioni, dopo aver confezionato un album chitarristico praticamente perfetto, grazie a un’ortodossia shoegaze che emergeva in ogni traccia e a un songwriting di altissimo livello (che è spesso, invece, uno dei punti deboli delle band che sposano un estetica così specifica).
I Don’t Know, il loro nuovo album, invece, è allo stesso tempo proprio il difficult second album e il superamento dello stesso. I bdrmm non hanno passato tre anni a lambiccarsi il cervello per trovare nuove formule sonore o a tentare di rinnovarsi per paura di ripetersi, ma si sono presi il loro tempo, hanno allargato i propri orizzonti, hanno scritto nuovo materiale e hanno affinato le nuove canzoni in tour (con Ride e Mogwai, tra gli altri…).
Così, nonostante sia stato registrato a The Nave, lo studio di “casa”, e con il collaboratore di sempre Alex Greaves, gli otto brani che compongono l’album sono il documento sonoro del lungo viaggio intrapreso dalla band di Hull che, partendo dall’ottimo esordio e senza tradire l’ispirazione iniziale, ha arricchito il suo spettro sonoro e ha fatto proprie influenze provenienti da più parti: “We’re still coming from the same place, but the influences have got much broader. A lot of it is just us gaining confidence, and also not wanting to retread old ground. We’d made the guitar album so, we were thinking, ‘What else can we do?’”
L’apertura dell’album, Alps, chiarisce subito l’approccio dei quattro al nuovo materiale: l’elettronica che apre il brano è spiazzante eppure efficacissima, con richiami ai Radiohead o ai My Bloody Valentine più sintetici, ma la melodia vocale eterea e il basso corposo tengono la canzone nei canoni del dream pop.
Non credo che la scelta di aprire l’album proprio con questa canzone sia stata casuale: Alps dichiara che i bdrmm sono ancora loro, ma non hanno intenzione alcuna di ripetere pedissequamente quanto già fatto. Lo stesso vale per la successiva Be Careful che, benché reintroduca le chitarre nell’album, ha una ritmica quasi trip hop, ipnotica e morbida, senza che, tuttavia, si possa mettere in dubbio che ci troviamo di fronte a un brano dei bdrmm.
It’s Just a Bit of Blood, lungamente perfezionata dal vivo è, invece, uno dei brani più emotivamente coinvolgenti dell’album, con un chiaro influsso radioheadiano e un delicato intro atmosferico che esplode in un impeto rumoristico travolgente. Si ha l’impressione che i lunghi tour con il mentore Braithwaite siano stati decisamente d’aiuto per la crescita del brano, così come accade per la successiva We Fall Apart, sobria e oscura, con una batteria motorik e passaggi malinconici che si alternano a epiche impennate sonore.
Lo strumentale ambient Advertisement One, anche se probabilmente non il brano più immediato del lotto, è certamente quello su cui la band lavora più liberamente, con un pianoforte e un drone ipnotico che si contendono l’attenzione e campionamenti vocali, synth algidi, chitarre e batteria elettronica che esplorano con efficacia trame e sonorità che avvicinano ancora i bdrmm ai Mogwai più recenti e atmosferici.
Subito dopo Hidden Cinema regala un momento melodico coinvolgente e toccante, con la chitarra elettrica stavolta in primissimo piano, almeno fino a quando l’elettronica non emerge prepotente, soprattutto nel ritornello. Pulling Stitches spiazza nuovamente, soprattutto per l’urgenza delle chitarre e i suoi passaggi quasi rabbiosi. Tuttavia anche in momenti come questi i bdrmm scelgono una pulizia sonora che ne testimonia la maturazione dal punto di vista sia compositivo che degli arrangiamenti.
Gli otto minuti di abbondanti A Final Movement su cui si chiude l’album sono in netto contrasto con i suoni ruggenti del brano precedente e sono caratterizzati da un delicato arrangiamento d’archi, da synth e chitarre morbide e da un cantato dimesso ed empatico (“Just because it feels like the end/ Doesn’t mean we have to pretend/ Like the last two years didn’t happen/ Because they meant so much to me”) che convogliano una tenue ma persistente malinconia.
Oltre alle sperimentazioni sonore, I Don’t Know vede anche il principale songwriter della band, Ryan Smith, allontanarsi dalla introspezione e dal pessimismo cosmico del lavoro precedente per assume un approccio più universale alla scrittura, con versi aperti che possono dare adito a più interpretazioni, ma decisamente più poetici. E’, in questo senso, emblematica Be Careful che, ispirata ai problemi del cantante con l’alcol, emersi durante durante il lockdown, assume una valenza più universale e riflessiva: “Behind closed doors/ We see a different concept/ Trying hard to keep afloat/ Drowning out the sound of fear/ Be careful of yourself/ Prepare for something else”.
I Don’t Know è così, ben altro che semplicemente il difficult second album dei bdrmm, anzi, proprio partendo dalla consapevolezza che ripetere la formula di successo del primo lavoro sarebbe stato improbo (e probabilmente inutile), è un lavoro che riesce a cogliere alla sprovvista sin dalla prima nota e, fino all’ultima, a coinvolgere l’ascoltatore.
E’ un album a cui abbandonarsi e in cui perdersi e, in maniera meno emotiva, una prova inconfutabile che c’è bisogno di ponderazione e tempo anche per catturare le emozioni e i sentimenti di una band che, senza tradirne gli elementi fondanti, ha la capacità di gettare le fondamenta per espandere, far crescere e raffinare il proprio suono.
Pingback: (Make Me A) TRISTE© Mixtape Episode 120: bdrmm | Indie Sunset in Rome
Pingback: Le firme di TRISTE©: Francesco Amoroso racconta il (suo) 2023 | Indie Sunset in Rome