epic45 – You’ll Only See Us When The Light Has Gone

Non sono mai stato un esteta, ma mi ossessiona da sempre l’idea che il mondo sia pieno di bellezza e che questa bellezza rimanga in massima parte nascosta ai nostri sensi.
Quanta bellezza -e, con essa, quanta gioia, quanta emozione, quanta verità- ci è preclusa e quanta bellezza noi stessi ci precludiamo, per pigrizia o per pavidità?
Eppure basterebbe uno sguardo, un po’ di attenzione, uno sforzo: perché la bellezza -anche se guardando alcuni paesaggi, ascoltando alcune canzoni o assaporando una bella pizza, non lo diremmo- ha bisogno di una nostra partecipazione attiva per manifestarsi, per trasformarsi in un esperienza edificante e rinfrancante.
Esistono certamente molte persone che non hanno sentito parlare degli epic45 -anche se nella nostra piccolissima bolla questa circostanza è meno probabile: qui, più che altro, si predica ai convertiti- e, magari, alcuni di quelli che hanno avuto l’opportunità di ascoltare la loro musica, non hanno prestato la dovuta attenzione o fatto lo sforzo necessario. O non erano dell’umore adatto. Sono sinceramente dispiaciuto per loro. Ma, come diceva il grande maestro Manzi, non è mai troppo tardi.

Una nuova opportunità per riconoscere la bellezza nella musica degli epic45 è data, infatti, dall’uscita, il 1° gennaio, del loro tredicesimo (più o meno) album, You’ll Only See Us When The Light Has Gone.
Sono quasi venticinque anni che il duo formato da Ben Holton e Rob Glover prosegue la propria narrazione poetica e sonora -fatta di nostalgia e di echi del passato che si riverberano nel presente- rendendola, con l’aggiunta di ogni nuovo tassello, più affascinate e pregna di significato e memoria.
La loro musica, colonna sonora dei paesaggi suburbani e semi-rurali dello Staffordshire, liminali tra civiltà e natura, è costituita da una miscela di suoni atmosferici e chitarre trattate, da ritmi spezzati, field recording e voci sussurrate e quasi spettrali.
Ogni brano della loro produzione accompagna l’ascoltatore in un viaggio di scoperta e di introspezione e contiene in sé, mai esplicita -mai oscenamente palese- l’intuizione di una emozione, il disvelarsi della bellezza anche dove bellezza e emozione sembrerebbero essere fuori luogo, forse incongrue.
La musica degli epic45 si adagia sul paesaggio, rendendolo luminescente, in maniera democratica, che sia questo idilliaco o squallido, come un sottile strato di nostalgia, come il tempo che passa inesorabile, come il vento, la pioggia e il succedersi delle stagioni che tutto modificano, con impeto o con estrema grazia.

Ben Holton e Rob Glover, artefici di uno dei progetti più longevi e affascinanti del panorama indipendente inglese, sono il cuore, l’ anima e il corpo pulsante degli epic45, ma le Midlands inglesi, con la loro campagna e le loro New Towns, i vecchi tunnel, i segnali stradali coperti dal verde, gli edifici in rovina, i muri di mattoni, le siepi, i ponti, i binari ferroviari e i terreni abbandonati, sono altrettanto necessarie perché la loro musica si manifesti, perché l’incontro tra natura e decadenza possa sprigionare bellezza.

In You’ll Only See Us When The Light Has Gone gli epic45 portano alle estreme conseguenze quanto già intrapreso con il precedente Cropping The Aftermath: se quel lavoro era è una sorta di lettera d’amore per i suoni degli anni ’80 e ’90 e ripercorreva le sonorità che hanno contribuito a formare il suono degli epic45, quest’opera è ancor più coraggiosa e personale.
Fortemente imperniata com’è sul formato canzone e sul cantato, abbandona ogni remora e restrizione e riesce nel non facile intento di unire la melodia a un suono ormai unico, fatto di sonorità eighties, di post rock e di folk “suburbano” alla Hood.

Holton, cui si devono i testi, non si nasconde e indirizza il proprio sguardo non più solamente verso l’interiorità, ma si fa più acuto osservatore dell’ambiente che lo circonda, anche in senso socio-politico, tentando di dare un senso alle cose nel miglior modo possibile, senza fornire semplicistiche soluzioni o visioni consolatorie, ma ammantando l’inevitabile rabbia che ne scaturisce di un aura malinconica che la rende allo stesso tempo, più accettabile ma più efficace.
Il brano di apertura New Towns Faded -oltre a essere un magnifico gioco di parole che cita uno straordinario brano dei Joy Division- è l’esempio più eclatante di questa presa di posizione: “First thing in the morning/ Harsh words by the school gate/ They say/ “I won’t let them push me/ This country made me”/ And you know/ That everything is wrong/ You hear it all the time/ You’re drowning in their words/ You’re running out of time

Quando, nella lavorazione dell’album, hanno deciso di eliminare le tracce che erano meno incentrate sulla voce, Glover e Holton (in questo caso affiancati da Mike Rowley alla batteria) hanno preso una decisione per loro davvero drastica: hanno scommesso sul fatto che l’album avrebbe funzionato meglio con pezzi più brevi del solito, con un approccio più basato sui testi e sulla voce, sulla struttura delle canzoni e sulla produzione.
L’azzardo, tuttavia, si è dimostrato assolutamente vincente: dando alle loro canzoni maggior spazio per respirare, senza mai diluirne l’impatto melodico, gli epic45 hanno dato vita all’album più raffinato e centrato che abbiano mai prodotto, definendo ulteriormente il loro songwriting con canzoni nelle quali la voce evocativa e a tratti spettrale di Holton e i suoi testi, mai così diretti e politici, si prendono prepotentemente il centro della scena.

Nei sette brani che compongono You’ll Only See Us When The Light Has Gone, infatti, ritmi, crescendo, chitarre trattate e melodie, sottolineano liriche che raccontano umori scuri e tempi difficili, disumani, nei quali la nostalgia di un mondo più semplice non è semplice rifugio, ma strenuo baluardo contro l’abbrutimento e l’emarginazione.
Canzoni dalla immediata attrattiva, come New Town Faded, The Crush e Underneath The Houses rappresentano, per gli epic45, un approdo, emozionale e sostanziale, coniugando abilmente le innumerevoli influenze sonore con una poetica raffinata e decisamente a fuoco. Brani come Passing o Floodplains, poi, sono forse i momenti melodicamente più eleganti della loro intera produzione e quelli in cui Holton diviene un vero e proprio cantante.

Ciò che avviene sotto i nostri occhi -nelle nostre orecchie, più precisamente- è la definitiva trasformazione degli epic45 in una band assolutamente originale, inconfondibile e inimitabile, che non basa la propria identità solo su un suono o su una poetica o su un’attitudine, ma su un amalgama ardito e perfetto di tutte queste cose.
Cropping The Aftermath, con brani come Buildings Aren’t Haunted, People Are e Caught Into Branches, era un passo deciso in questa direzione, You’ll Only See Us When The Light Has Gone è un punto d’approdo definitivo. Non fosse che erano già una magnifica farfalla, si potrebbe dire che gli epic45 siano usciti, con questo lavoro, dal loro caldo e avvolgente bozzolo sonoro.

Rimasti fieramente indipendenti e puri per venticinque anni, seguendo il loro percorso senza compromessi, con You’ll Only See Us When The Light Has Gone, gli epic45 hanno raggiunto l’apice della propria produzione artistica e se l’incredibile Finality (“Waiting For answers/ Too much time has gone/ Waiting for Morning light/ To Save Me“) dovesse essere davvero il loro canto del cigno, non dovremmo essere dispiaciuti, ma non potremmo fare altro che salutarli commossi ed essere loro grati per averci svelato tanta bellezza che, altrimenti, ci sarebbe stata preclusa.

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