Epic45 – Cropping The Aftermath

Francesco Amoroso  per TRISTE©

Sarà che quest’anno ho tagliato un traguardo di quelli pesanti, sarà che, intorno a me, continuano a cadere come mosche tutti gli idoli della mia gioventù, ma mi rendo conto di stare diventando, anche in ambito musicale, sempre più nostalgico. E non mi piace.
Mi commuovo (fino alle lacrime) quando mi capita di ascoltare brani degli anni ottanta e degli anni novanta e rimango sempre più freddo di fronte a canzoni nuove, anche a quelle che, fino a ieri, mi avrebbero sconvolto o emozionato.
Credo che sia un sintomo molto evidente di una malattia grave, ma purtroppo inevitabile: si chiama vecchiaia (e, per quanto detestabile, tutto sommato è auspicabile arrivare a contrarla, magari il più tardi possibile).

Per fortuna questo morbo non ha ancora corroso del tutto la mia passione per la musica e, ancor più fortunatamente, esistono ancora artisti e band contemporanee che riescono a toccare le mie corde più profonde, anche grazie alla sottile nostalgia che è insita nella loro proposta musicale.
Tra queste band un posto importantissimo nel mio cuore occupano, senza dubbio, gli Epic45.

Gran parte dell’opera degli Epic45 ha a che fare con la nostalgia e il loro ultimo album “Cropping the Aftermath” è una sorta di lettera d’amore per i suoni degli anni ’80 e ’90.
Rob e Ben ripercorrono, con le loro nove nuove composizioni, il periodo storico in cui hanno scoperto la musica, ascoltando canzoni sulle radio private e, consciamente o meno, immagazzinandone tutte le sonorità, che hanno formato il bagaglio musicale che li ha portati al suono degli Epic45 di oggi.

I suoni, le canzoni, la musica, portano ai ricordi e i ricordi portano alla nostalgia, non necessariamente in quanto doloroso desiderio di ritorno al passato, ma quale sentimento universale e vago che ha a che fare con i colori sfumati della memoria, con l’eco persistente della vita.
Così “Cropping The Aftermath”, pubblicato a pochi mesi dal precedente “We Were Never Here” pur ponendosi in qualche modo in antitesi con quel lavoro interamente strumentale e e quasi pittorico, è, in realtà solo un’ulteriore aspetto del percorso artistico di Holton e Glover, quello più intimo e sentito, quello più personale (non è un caso, credo, che il brano più significativo e intenso del lotto sostenga “Buildings Aren’t Haunted, People Are”).

Le nuove composizioni, quasi tutte cantate, si soffermano, infatti, non più sule immagini, ma sui suoni di un’epoca e sulla percezione che degli stessi potevano avere due ragazzi cresciuti insieme nelle zone suburbane della provincia inglese.
In fondo sia Ben Holton, con il suo progetto solista My Autumn Empire, che Rob Glover, con Field Harmonics, hanno già esplorato le sonorità degli anni ottanta e novanta, concentrandosi in maniera più intensa, di volta in volta, sulla forma canzone, sulla melodia e sull’uso di tastiere, sequencer e sintetizzatori, ma, mai prima d’ora, questa ricerca era stata tanto evidente e in primo piano nelle sonorità degli Epic45.

Qui Rob e Ben infondono nelle loro composizioni gli umori e i ritmi di quegli anni, le sonorità sintetiche e i battiti elettronici, i riverberi, i passaggi melodici, il synth-pop e la new wave, la ricerca sonora e l’attenzione per le melodie, il tutto, tuttavia, deformato e filtrato alla luce della loro profonda sensibilità artistica, tanto che non mancano momenti più atmosferici e strumentali.
Troviamo, così, in “Cropping The Aftermath”, la delicata “Caught Into Branches” o la magnifica e incalzante “Buildings Aren’t Haunted, People Are”, canzoni vere e proprie, irresistibili e solidamente strutturate, al fianco di episodi dai contorni più sfumati, ma altrettanto suggestivi, quali “Endless”, “Rainstorm Breaks” o la ritmica e trascinante “Towpath Acid”.
Mi vengono, a volte, in mente gli Hood (e mi sto sbilanciando molto).

Ascoltando “Cropping The Aftermath”, così come ogni altro lavoro degli Epic45, mi viene in mente che, anche se avessi saputo come fare, non avrei saputo esprimere meglio di così ciò che sento dentro di me.
Avessi avuto una sensibilità artistica e le capacità per sfruttarla creando qualcosa di concreto, fossi stato un musicista, probabilmente le mie composizioni sarebbero suonate molto simili a queste e magari sarei anche riuscito a nascondere meglio, anche a me stesso, i sintomi della mia malattia.

Un pensiero su “Epic45 – Cropping The Aftermath

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