The Last Dinner Party – Prelude to Ecstasy

Francesco. Si parla tanto, già da qualche tempo, di crisi demografica delle band, di mortalità precoce della stesse, di insostenibilità economica della tradizionale filiera rock, eccetera eccetera, eppure la mia discoteca virtuale letteralmente straripa di dischi di band vecchie e nuove che attendono di essere ascoltati o riascoltati. Ci sono band antiche che addirittura quasi paiono resuscitare a nuova vita, ad esempio i Kula Shaker del recente spassosissimo Natural Magik, oppure band freschissime d’esordio che, penso ai valorosi neo-post punkers Egyptian Blue o Sprints, riescono magari a sorprendermi con un rasoiata tra cuore e stomaco tanto veloce quanto chirurgicamente eseguita. E tante altre te ne potrei citare, sulle quali ancora non ho idee chiarissime, Talk Show, NewDad, Folly Group, e che pure settimanalmente si riversano a rigagnoli nella memoria del mio telefono, salvate per un “dopo” dai contorni vaghi. Questo strano mondo continua a pullulare di band di ogni tipo, ci sono più band in cielo e in terra, amico mio, di quante tu ne possa sognare nella tua filosofia, soprattutto più di quante ne riuscirai mai ad ascoltare davvero con le tue logorate orecchie.

Fra le tante, parlerei volentieri con te delle The Last Dinner Party, vuoi perché sono un gruppo attualmente di insperato successo, vuoi perché ascoltandone il disco più volte ti ho pensato. E forse riesci anche a capire perché…

Tiziano. Devo dirti, i miei sentimenti sono contrastanti. Non ti nascondo che la band, a pelle, mi suscita una discreta antipatia (ma non preoccupatevi lettori beneducati di Triste©, si tratta solo di uno stratagemma narrativo che ci tornerà utile tra poco). Al contempo, però, non posso che restarne affascinato. Arrivo al dunque: queste The Last Dinner Party mettono in campo delle abilità che al giorno d’oggi sono rarissime, dunque preziose. In particolare, trovo eccezionale la cantante, perché assolutamente eclettica. Eppure, non ti nascondo che questo saper giocare con vari registri mi aveva inizialmente respinto e, ci giurerei, sono sicuro di non essere il solo. Forse perché siamo ormai abituati a pretendere dagli autori un racconto che sia sempre autoreferenziale, dunque, d’istinto, percepiamo come negativa un’attitudine “recitativa” al cantato. Colpa degli ultimi Sanremo? Non saprei, nel nostro caso ti direi  colpa invece dell’indiepop purista che ci ha traviati. Un po’ come gli amanti dell’arte contemporanea che non sono in grado di guardare un’immagine che sia poco più complessa di una carta da parati. Qualunque sia la Verità (la cui ricerca è il sacrosantissimo scopo di queste recensioni-dialogo tra me e te) penso che un primo paletto si possa piazzare: The Last Dinner Party sono una band teatrale. E tu una volta mi dicesti “tu ami le donne pittoriche, io quelle pittoresche“. È per questo che volevi discuterne con me?

Francesco. Sì, anche perché queste cinque fanciulle londinesi dicono di richiamarsi, fra le tante altre cose, ai, cito testualmente,  “Vampiri del Rinascimento Italiano” (per la tua gioia…) e la loro comunicazione tradisce, dalle foto promozionali sino alle grafiche dei dischi, un’inclinazione decisamente marcata verso il pittorico, filtrato però da un gusto che definirei “young adult”, lungo l’asse Hunger Games/Twilight. Concordo peraltro sull’estro teatrante delle cinque, che ha suscitato più di un’alzata di sopracciglio -strano che altrettanto non sortiscano gli abili trucchetti da socialismo circense degli ultimi IDLES…-, e che la band potrebbe aver appreso e perfezionato in tempi non sospetti sulle cigolanti assi del Windmill Brixton, esclusivo tempio delle più sofisticate avanguardie rock londinesi. Del resto l’album batte etichetta Island e vanta la produzione di James Ford (come a dire il quinto Arctic Monkeys) ed è tutto fuorché un lavoro timido o delicatamente introverso. Semmai il contrario: Prelude to Ecstasy ti prende per il bavero del cappotto e ti scaraventa contro il muro, risucchiandoti senza troppi preamboli nel suo laccatissimo Mouline Rouge, lanciato a mille fra l’erotico e lo scherzoso.

Ascoltando, la mia impressione è stata quella di trovarmi all’interno di una sorta di kolossal illusionistico, di una magniloquente pop opera, tutta stucchi e barocchismi svolazzanti, che però rivela un cuore di cartongesso più che di marmo o granito. In questo riscontro un’appartenenza coerente ad una certa tradizione d’arte britannica. “La nostra è musica  per cattedratici”, dichiarano d’altra parte The Last Dinner Party. Come dobbiamo interpretare queste parole?

Tiziano. Credo intendano dire che la loro è musica per chi sa apprezzare le invenzioni formali e le abilità tecniche. Sappiamo benissimo che i “cattedratici” il più delle volte non hanno il gusto delle piccole cose, dell’intimismo, delle soluzioni minimali. Ai maestri di musica piacciono Prince e i Rush. I maestri di scuola si commuovono probabilmente con le canzoni sanremesi dal mood monologo-confessione in pompa d’orchestra e di pretesa valenza universale. Nel mondo del rock indipendente si punta invece da sempre a esprimere (o di mettere in scena) il proprio universo privato, tendendo a una certa eleganza naif, rinforzata proprio dalla messa sul piatto del valore “verità”. Il risultato è però che spesso le verità individuali finiscono per somigliarsi tutte e quella che poteva essere una rivoluzione espressiva nelle camerette degli anni Ottanta, oggi diventa musica di scarso interesse. Perlomeno per me. Colpa forse della possibilità, offerta dal web, di trovare immediato termini di confronto in migliaia di altre intimità simili, tutte ugualmente lagnose, tutte ugualmente sedicenti uniche. Il teatro invece è la finzione per eccellenza. Ma soprattutto non può esistere senza un pubblico. Se le band da cameretta prevedono in qualche modo l’assenza di una platea (o una platea infinitamente ridotta), per The Last Dinner Party questa è invece necessaria. Poi certo, il teatro, a noi fan dell’indie, puzza. Puzza, oltre che di sudore, dell’antipatia e scarsa igiene personale degli attori, puzza di promiscuità sessuale da borghesi bohémien che non ci appartiene e puzza dell’euforismo trasognato del compagno di classe ricco, infantile, tossico e scemo. Questi sono però pregiudizi da mettere da parte, perché non è che sull’altro versante le cose vadano in modo diverso. Ti farei l’esempio della band più amata dagli amanti della cameretta, ma non lo faccio perché siamo su Triste© e non si parla male di nessuno. E poi comunque a me il circo piace. Chiaro, qui manca il buffonismo dichiarato dei Kiss, manca l’intelligenza dei Franz Ferdinand, manca la testa di volpe dei Genesis. Siamo solo di fronte a un altro tipo di circensi.

Piuttosto, quali canzoni ci sono piaciute?

Francesco. Partendo dal presupposto che il canzoniere delle cinque si inserisce in un play variopinto, a tratti quasi carnevalesco, che antepone, come detto, la cosmesi al realismo e dunque la rappresentazione delle emozioni alle emozioni stesse, posso isolare con piacere delle schegge di assoluto valore, in cui la bellezza riesce a farsi verità. Sinner parte molto Abba ma poi accende sontuosi lampadari vittoriani che neanche i Queen, con tanto di assoli chitarristici che zampillano come fontane di cioccolato. Avrai poi certamente notato l’inconfondibile rintocco di batteria che scandisce The Feminine Urge (dolce Just Like Honey e dunque Phil Spector), canzone costruita su tessiture vocali di altissima marca, davvero magistrale. Armonie celestiali che ritroviamo nella ballata On Your Side (tanto bella da far arrossire di gelosia la già purpurea Florence) e nella magnifica Caesar on a Tv Screen, la cui riuscita alchimia di Spice Girls, Roxy Music e Sparks mi ha lasciato davvero senza difese. Per arrivare all’arietta Potrait of a Dead Girl (in cui pare quasi di intravedere Kate Bush alla prese con un remake fantasy di Mamma Mia) e Nothing Matters, pezzo-manifesto che chiarisce a spron battuto il piano delle nostre eroine: catturare, intrattenere, divertire, far ballare. E chi siamo noi, oggi, per biasimarle, se il livello dello show è questo, dico io?Tiziano. Siamo il pubblico che gli riempirà o meno il teatro, dico io. The Last Dinner Party, stupiteci per bene.

2 pensieri su “The Last Dinner Party – Prelude to Ecstasy

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