Arctic Monkeys – The Car

Francesco Giordani e Tiziano Casola per TRISTE©

“Così quando la musica con chitarre volgevasi al suo fine, si rivolsero gli astri più benigni verso Albione, e piacque a Dio che nella città di Sheffield, di pioggia e di nulla maestra, sorgesse un elevatissimo ingegno, e che con esso risorgesse l’arte caduta e quasi estinta. Fu questi Alex Turner, di cui ora intendiamo scrivere, cominciando dall’indole ornatissima ond’egli inalzò il suo felice genio, accoppiando due cose raramente concesse a gli uomini, coraggio e fantasia in somma eccellenza”

Tiziano. Francesco, ci troviamo evidentemente nei panni di chi deve svolgere un compito delicato, esprimendo anche giudizi lapidari, se necessario. Dunque, eviterei di prendere l’argomento da lontano, ma andrei dritti al punto, per poi divagare, ovvero assurgere alla nostra dimensione più alta. Ti chiedo dunque: ti è piaciuto questo nuovo disco degli Arctic Monkeys?

Francesco. Mi è piaciuto il cornetto alla marmellata che ho mangiato stamani per festeggiare la mia negatività al Covid. Il disco degli Arctic Monkeys più che piacermi mi ha sedotto. Sono al quarto ascolto integrale consecutivo -sì questo disco mi pare una sorta di mini-suite senza soluzione di continuità, più che una collezione di canzoni- e rifletto su come, dal 2005, la band sia sempre riuscita a cambiare carrozzeria senza smettere di somigliarsi. Comprai il loro disco d’esordio il giorno stesso della sua uscita, come ancora si usava ai tempi, convinto di aver tra le mani un debutto potenzialmente importante e decisivo almeno quanto “Definitely Maybe”. E così fu. Certo, allora non potevo immaginare che 17 anni dopo gli Arctic Monkeys sarebbero diventati, da capocomici della scena indie internazionale, questa cosa qui, laccata, languida, scintillante, elegante, a tratti vagamente lussuriosa e melanconica, che ti chiedo di aiutarmi a definire.

T. Anche io sono convinto che il loro primo album ebbe un ruolo analogo a quello di “Definitely Maybe”, ma preferirei rimandare a dopo la questione della distanza dagli esordi. Tu mi chiedi di definire questo nuovo lavoro e io ti rispondo che la prima chiave di lettura da tirare in ballo, oggettivamente, credo sia quella dell’influenza francese. So che Turner ha una fidanzata francese e questo deve aver sicuramente portato molti ascolti francofoni. La mia di fidanzata, francese anche lei, mi ha infatti svelato i vari riferimenti presenti nel disco. Su tutti, quello chiarissimo all’opera di Jacques Dutronc, marito di Françoise Hardy, di cui Turner ha ripreso non solo il look, ma diverse soluzioni musicali e di arrangiamento. La cosa risulta poi abbastanza dichiarata quando ci si ricorda che, qualche anno fa, con i Last Shadow Puppets era solito proporre una cover di “Les Cactus” (https://www.youtube.com/watch?v=xf5apyds8Xk). Azzarderei pure che Thomas Dutronc, figlio di Jacques, a un certo punto pubblicò un singolo con chitarre che ricordavano gli Arctic Monkeys di epoca secondo disco (https://www.youtube.com/watch?v=EtEN6QyvJMk ), ma forse è solo una suggestione. Mi dicono poi dalla regia che anche l’ampio utilizzo di parti orchestrali in The Car ricorderebbe un approccio gainsbourghiano alla canzone.

Mi accorgo comunque che sto già commettendo già un errore, molto diffuso tra quei detrattori che criticano questo nuovo disco. Ovvero, sto dando per scontato che si tratti di un disco del solo Turner, quando invece parliamo di una band. Francesco, tu cosa pensi di questi detrattori? Io ho una teoria ben precisa, che ti esporró però dopo aver ascoltato la tua opinione…

F. No, non cado nell’errore ance perché Alex Turner sfoga da anni le sue predilezioni personali, specie quelle più colte (Burt Bacharach, Scott Walker, David Axelrod, Morricone ecc) nei Last Shadow Puppets. Questo disco, da quel che leggo, è il frutto di un lavoro congiunto di scrittura che ha impegnato tutta la band (tra Inghilterra e Francia, sempre con John Ford, il “quinto” Arctic Monkeys, novello George Martin) e si pone in totale continuità con il precedente “Tranquility Base Hotel & Casino”, di cui approfondisce e radicalizza con ogni evidenza alcune suggestioni formali, sublimandole in quello che non posso ormai che definire “stile maturo”. Uno stile, come giustamente osservi tu, cosmopolita, cinefilo, sartoriale, “cool”, sofisticatamente europeo. Mi viene in mente la svolta di Paul Weller allorché, abbandonate le chitarre punk (ma già tendenti al soul) dei Jam, si presentò al pubblico nel 1983 come nuovo vate soft-jazz alla testa degli estetizzanti Style Council. Forse qui l’evoluzione è anche più naturale, organica, perché gli Arctic Monkeys restano gli Arctic Monkeys e sfido chiunque a non riconoscerli sin dalla prima nota del disco.

T. Certo. E fai bene a parlare di Paul Weller, perché proprio in questo disco, proprio in questo gioco della finzione aristocratica, per me, Alex Turner rivela senza rivelarlo il suo essere inesorabilmente un mod. L’unica sottocultura giovanile che, almeno fino agli anni duemila, fu sempre in grado di reincarnarsi in una forma nuova. Tanto che più che di sottocultura, io parlerei ormai di una categoria dello spirito. E se si parla di riferimenti 60s, io non posso non notare una certa vena Vox-beatlesiana nei suoni di certe chitarre, come proprio nella scelta di alcune soluzioni melodiche. Chiaramente parliamo di sfumature che, se non sono una mia illusione, fanno capo all’ultimo periodo 1969/1970 dei Fab Four. Quello cioè più puzzoso di sigarette e moquette, perché è proprio a un certo immaginario del maschio vintage che i nostri continuano ad attingere in continuazione. Una parabola iniziata con la famosa collaborazione con Josh Homme. E a proposito di riferimenti stilistici, ciò che prima volevo dirti è che è proprio questa vena trasformista ad infastidire i detrattori della band. E sai perché? Perché il pubblico pretende ormai dagli artisti, di base, il racconto del proprio intimo, la messa in scena delle proprie vergogne, meglio se unita a qualche presa di posizione etica spicciola. Non so se mi spiego bene, mi riferisco ad un connubio che credo sia stato portato alla ribalta dai talent. Questo gli Arctic Monkeys non te lo danno, banalmente perché è ciò che denota i prodotti scadenti, e in qualche modo il risultato è che ci si accorge che l’intimismo a tutti i costi è artisticamente immondizia. Raccontare storie, interpretare personaggi, travestirsi, è molto più interessante e coinvolgente. Le vite delle persone, di fondo, nelle loro miserie, ridotte alla sola dimensione riflessivo-depressiva si assomigliano tutte. E non c’è nulla di peggio che rivendicare la propria presunta unicità.

F. Ecco, centri almeno tre punti. Gli Arctic Monkeys non sono un gruppo che ti fa sentire “amato” o protetto da qualche minaccia sociale esterna (come pure ci ha spiegato con grande chiarezza una giovane fan degli Idles, parlando della sua passione per le loro canzoni), non puoi apprezzarli per il rigore delle loro posizioni etiche o per la bontà di una visione “politica” espressa nei testi. Turner scrive per lo più racconti e bozzetti, non teorizza mai, semmai evoca, seduce, ipnotizza con torride cantilene. Puoi amare o odiare gli Arctic Monkeys, è chiaro, ma non come esempio morale più o meno virtuoso. Puoi amarli o odiarli sempre e solo rapportandoti alle loro canzoni, al loro suono, al loro stile. Questo nuovo disco, che è tutto da ascoltare “ad occhi chiusi”, per così dire, lo dimostra magnificamente. Sì ci sono i Beatles moquettati di “Abbey Road”/”Let it Be” (l’assolo di “Body Paint” parla da solo)ma forse, inconsciamente, anche il Bowie di Station to Station. C’è la Motown, Isaac Hayes, Sly Stone e il jazz pop metropolitano degli Steely Dan (la tripletta “I Ain’t Quite Where I Think I Am”, “There’d Better Be a Mirrorball”, “Hello You” lascia pochi dubbi). C’è soprattutto, come osservi, quell’attitudine mod, inquieta, decadente, cinematograficamente esistenzialistica, che il grande Ian Penman così definiva: “I Mod provavano un pizzico di oscura agitazione al pensiero di cosa poteva riservare il futuro. Il jazz americano e i film europei non erano soltanto dei compendi su come portare i mocassini e la cravatta, ma piuttosto autorizzazioni formali a fermarsi e riflettere.” Mi pare una definizione perfetta per questo album che sublima l’utopia mod aristocratica degli Arctic Monkeys…

T. È esattamente come dici tu. E grazie a Dio, aggiungerei, appellandomi per scherzo ad un’entità conservatrice come Nostro Signore, giusto per infastidire gli amanti di quel tipo di band che hai citato. A proposito, di questi nuovi Arctic Monkeys ho molto apprezzato il loro spingere sempre più su arrangiamenti barocchi, partiture laccate, scivolamennti lounge. Tutto l’opposto di quei nuovi gruppi britannici che puntano tutto sulla messa in scena di un suono potente, oltre che di una qualche etica radicale. Valori che mi suonano ridicoli se messi in mano agli inglesi, da sempre alfieri del grande songwriting e del mixaggio realistico. Qualche giorno fa, su WhatsApp tu trovati delle parole perfette per descrivere tutto ciò, potresti rinfrescarmi la memoria?

F. Sì in un momento in cui tutte le nuove band “rock” alzano il muro delle chitarre, urlando il loro disagio fuori metrica, gli Arctic Monkeys rallentano, riscoprono la potenza del sussurro e il fascino di ricami orchestrali che impongono alle orecchie un ascolto sensuale, non intellettualizzato (provare l’eponima The Car per credere). Dal tetto del loro palazzo-torre sputano sulle teste dei loro rivali una saliva di velluto. Un gesto sprezzante, spaccone, vanitosamente stilizzato e compiaciuto, uno “sgarro” da teppisti rock proletari arricchiti quali gli Arctic Monkeys sono, in una prosopopea che batte a mani basse la spocchia di qualunque trapper dilettante. Perché, diciamocelo, nessun trapper oggi può darti un disco principesco come “The Car”.

T. Ricordo dicesti anche che lo spirito di questi nuovi Arctic Monkeys potrebbe essere riassunto in “vi pisciamo in testa, ma urina di velluto”. Lì mi hai davvero stregato. Scusami, ma andava citata. Perché il rock si fa con le parolacce, oltre che con le scelte raffinate. E forse sta proprio qui il senso della grande parabola degli Arctic Monkeys. Ricordo che quando uscì il loro primo album, nel 2005, io, allora ragazzino, mi stupì di quanto piacesse a tutti. Non solo ai malati di indie rock, ma anche e soprattutto ai coatti, ai lads nostrani (ed ecco che torniamo all’analogia con “Definitely Maybe”). Fu una gran cosa per me, perché volle dire restituire il rock ai suoi legittimi proprietari, ovvero i ragazzi degli istituti tecnici, i provinciali, gli esaltati. La stessa melma esistenziale alla base di certo travestitismo glam degli anni Settanta se ci pensi. Ma direi quasi dell’intera storia di un certo rock made in UK, in cui Londra ebbe sempre un ruolo paradossalmente marginale.

F. Ecco, sapevo che avresti ripristinato la verità storica. Ora che la mia natura di teddy boy pontino è stata miseramente svelata al grande pubblico non mi resta che rifugiarmi dietro il titolo del già citato esordio della nostra band: “Whatever People Say I Am, That’s What I Am Not”. Come a dire: il destino degli Arctic Monkeys era già scritto e totalmente dichiarato sin dall’inizio.

T. Eppure sai che non lo avrei mai detto? In quel fatidico 2005 si aveva la percezione che quella nuova magica ondata di garage rock (così lo si chiamava all’epoca) sarebbe durata in eterno. E invece, ovviamente, il decennio seguente ne segnò la fine. Ho però l’impressione che questo 2022 sia pieno di novità interessanti, anche più del 2021, che già ci aveva dato parecchie gioie. Che questo “The Car” sia il preludio a una nuova impennata qualitativa della musica che fa vibrare quelli come noi? Personalmente, mi auguro che questa ricerca di un suono fuori dai confini consueti non resti inascoltata. Perché parliamoci chiaro, la musica-con-chitarre necessità di essere rinnovata, perché se questa deve per definizione rappresentare un qualche sacro impeto giovanile, non può solo puntare a sopravvivere, serve vita piena. E, come sempre, sono convinto che una nuova vita per il rock non possa che venire che dal passato. Perché, paradossalmente, il rock è una cosa che si innova sempre mentre punta al citazionismo e all’evasione.
F. Stavo riguardando le mie classifiche degli ultimi dieci anni e questo 2022 mi sembra davvero una grande annata, l’inizio di un ciclo nuovo. Forse certi bisogni tornano a manifestarsi sia in noi che negli ascoltatori inevitabilmente più giovani. Ecco, dovessi sintetizzare il significato e il valore di “The Car” in tre parole, ti direi: non finisce qua.

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